Il gioco del 15 (prima parte)

“Ma come possiamo fare per cambiare questa situazione?” 

Me lo chiede un papà seduto di fronte a me insieme alla moglie guardandomi dritto negli occhi e mantenendo il contatto con la signora toccandole leggermente con una mano il braccio appoggiato sul bracciolo della sedia. 


È un po’ di volte che ci vediamo cercando di lavorare insieme su tutta una serie di questioni che riguardano i comportamenti e la relazione con due figli adolescenti che, come a volte accade, stanno crescendo e stanno sperimentando altri modi e altre possibilità della loro relazione col mondo e con gli altri, genitori compresi. 

Interessante. Chiedere un cambiamento quando si è nel pieno di un cambiamento pensando di dover cambiare qualcosa che di solito è il cambiamento stesso che abbiamo di fronte e che ci sollecita, ci interroga, ci guarda chiedendoci di essere visto, accolto, riconosciuto. Certo, è il cambiamento dell’altro, che non risponde più ai canoni che avevamo imparato a conoscere, a gestire e rispetto al quale, avevamo assunto una certa sicurezza. 

Eppure quel cambiamento, ci ha già cambiati in qualche modo e noi ci ostiniamo a vedere il cambiamento dell’altro come solo suo, cristallizzando noi stessi come in una crisalide immobile e inorganica. 

Tra le cose che in questi anni di lavoro ho capito – o almeno credo di aver capito – ci sta sicuramente che i cambiamenti esistono solo nel momento in cui li percepiamo come tali, gli diamo un nome e li sentiamo come qualcosa che ha a che fare con la nostra vita. Capita di vederli e riconoscerli perché la vita ce li propone in maniera netta e definita oppure perché qualcuno ce li fa notare o ci aiuta a vederli, a riconoscerli e a nominarli. 
Comunque avvenga è solo quando lo riconosciamo, il cambiamento, che sentiamo anche il bisogno di capirlo, di ascoltarlo e di farci interrogare. 
Allora facciamo riferimento alle nostre esperienze pregresse oppure all’esperienza di altri di fronte a cambiamenti similari o ancora, ci rivolgiamo a figure esperte che possano offrire supporti specialistici o terapeutici. 

Sicuramente esiste un ambito – che è poi quello in cui opero da molto tempo – nel quale il cambiamento è all’ordine del giorno e non rappresenta necessariamente un elemento traumatico ma anzi costituisce una dimensione evolutiva e valorizzante ed è quello dell’educazione e della formazione. 

Cambiamo continuamente e non solo nell’aspetto, nelle dimensioni, nella forma. Cambiamo continuamente nel nostro patrimonio di conoscenze, di esperienze e di saperi e cambiamo, nelle relazioni, ad ogni cambiamento che l’altro introduce. Capita poi che non ci accorgiamo che stiamo cambiando, guardiamo l’Altro che cambia e ne restiamo colpiti, come se questo riguardasse solo lui. 

Pensiamo proprio ai figli adolescenti e ai loro genitori che restano lì Impietriti, sorpresi, quasi increduli di fronte a quella che appare come una vera e propria rivoluzione, una rivoluzione che mina tutte quelle credenze, quelle certezze che sembravano (e sottolineerei, sembravano) conquistate e acquisite. Le spiegazioni che ci davamo, le teorie che supportavano le nostre certezze svaniscono insieme a quel senso di sicurezza che era un po’ una garanzia. E’ questo il momento “magico” del cambiamento, quella vertigine che può portarci a gettare lo sguardo dentro il magma di cose che si stanno trasformando proprio dinnanzi ai nostri occhi e che, solo se vogliamo guardarlo, offre lo spettacolo unico e affascinante di quello che sta all’origine della vita stessa. 

Diceva Marco Aurelio : “Temere il mutamento? Ma che cosa potrebbe mai prodursi senza mutamento? Che cosa v’è di più caro e familiare alla natura universale? Tu stesso, potresti forse farti il bagno caldo senza che la legna si trasformi? O nutrirti, senza il metabolismo degli alimenti? E quali altre operazioni utili potrebbero mai compiersi senza il mutamento? Non vedi, allora, come anche il tuo stesso mutare sia della stessa specie e ugualmente necessario alla natura universale?” 

È la natura stessa delle relazioni umane, tutte all'insegna di un continuo cambiamento dal quale è impossibile sottrarsi e nel quale si consuma e si realizza la nostra stessa evoluzione.
La formazione degli uomini e delle donne tutte è storia di cambiamento e le relazioni tra individui sono relazioni tra soggetti sempre in trasformazione.

Allora il papà che mi guarda fisso negli occhi ha bisogno di sentire questo brivido, di riconoscere il cambiamento dei figli che sta interrogando proprio le sue certezze di genitore, che gli propone di guardarsi dentro ad un cambiamento che lo riguarda, che lo chiama a vedere anche i propri cambiamenti per consentire ad essi di manifestarsi, di riconoscerli e nominarli e quindi di capirli e di ascoltarli. 

Ma forse la questione che questo papà mi pone sta proprio nella difficoltà di lasciare quelle certezze, quel senso di efficienza e di potenza che si provava quando si era il papà e la mamma di due bambini e il timore che emerge è proprio quello di non conoscere cosa ne sarà di quei genitori se ci lasciasse andare al cambiamento.

Mi viene in mente allora il GIOCO DEL 15 che tanti anni fa il mio supervisore utilizzò per parlarmi proprio del cambiamento facendomi riflettere su come quel gioco, basato proprio sul cambiamento di posizione delle tesserine numerate da uno a quindici, risultava giocabile perché disposto su sedici spazi dei quali uno risultava vuoto.
Osservazione finanche banale, ma è solo grazie a quello spazio vuoto che è possibile cambiare la posizione di ogni tesserina fino a costruire un ordine. 

La metafora mi colpì molto e ci lavorai a lungo non solo riflettendo intorno alle questioni del lavoro pedagogico e formativo ma anche in ambito creativo ed artistico. Costruii dei giochi del 15 di diversa tipologia fino a tenerne sempre un paio nella mia borsa di lavoro. 

Apro la borsa e frugo sul fondo tirando fuori uno dei due che porto sempre con me, quello con sedici tasselli. Lo porgo ai signori seduti di fronte e me e chiedo se conoscono quel gioco. Alla loro riposta affermativa chiedo allora di provare a giocarci. Guardano attentamente quel quadrato di plastica colorata, osservano le tesserine, si guardano tra loro, mi guardano con aria interrogativa e la signora mi dice: “Ma così è impossibile”. 

Chiedo loro di portarselo a casa e di riportarlo al prossimo incontro perché ricominceremo proprio da lì. 
Michele Stasi