La nostra cura: "Curare la metafora"

Nel post "Professioni deliranti" abbiamo provato a riflettere attorno allo strano connubio che si genera tra curante e curato, quando i confini della cura appartengono alla categoria impalpabile e sfumata dell'inorganico: le malattie dell'anima, della psiche.

Tuttavia, la considerazione di Aristotele da cui quella riflessione era scaturita (ovvero che le malattie non esistono in sé, bensì esistono quali fatti, creazioni, culturali), sembra abbracciare una dimensione ben più vasta che, se nell'inorganico trova il suo più vistoso monumento, certo non esclude malattie apparentemente più oggettive.

In una prospettiva più ampia, dobbiamo, infatti, pensare che l'instabilità diagnostica delle malattie inorganiche, quella instabilità che porta (con troppa leggerezza) a candidare uomini e donne al podio di qualche turba psichica, rappresenta solo l'evidenza di un fenomeno che, Aristotele docet, riguarda il concetto di malattia tutta e, quindi, le malattie tutte.

Non è, cioè, che le patologie della psiche sono più arbitrarie perché, almeno ad oggi, non esistono analisi del sangue, radiografie, Tac o altri esami chimico/fisici che ne restituiscano la prova provata. Bensì che, qualsivoglia prova provata, è da considerarsi una convenzione socialmente e culturalmente determinata.

Questo non significa che, almeno personalmente, se la mia glicemia risulta alle stelle non debba andare a fare gli opportuni approfondimenti e, conseguentemente, seguire le opportune cure. La questione, per quanto paradossale, è ben più sottile e, credo, più importante. E' cioè, necessario non crederci ciecamente. Comprendere la complessità che si cela nel fenomeno tutto umano della "malattia", complessità che risulta salvifica per la cura e che dovrebbe essere patrimonio del curato ma, soprattutto, del curante, proprio affinché la cura, al di la di ogni tentata guarigione (sulla cui differenza tanto ci sarebbe da speculare), vada ad effetto.

Come non ricordare, infatti, che malattie apparentemente più organiche come, a proposito di glicemia, il diabete, sono state oggetto negli ultimi decenni di rinnovati sguardi clinici che ne hanno, anche opportunamente, abbassato la soglia di tolleranza, cosicché, da un giorno all'altro, milioni di persone che non erano malate lo sono diventate, con conseguente intervento terapeutico e (of course) farmaceutico -si pensi che, fino alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, i diabetici erano circa 30 milioni, mentre oggi sfiorano i 300 milioni e, tra questi, sempre più numerosi sono i bambini.

Si dirà: "Questa è la prevenzione, bellezza!", una delle più grandi invenzioni della nostra contemporaneità, la stessa prevenzione che, nel 1847, portò Ignác Fülöp Semmelweis a intuire che, se i medici si fossero lavati le mani, forse sarebbero diminuite le morti per infezione.

Peccato che, prima di questa geniale pensata, quelle morti per infezione causate dall'incuria (per quanto inconsapevole) del medico, prendevano il nome (ad esempio) di "febbre puerperale", con la stessa facilità con cui "l'asino della classe" di ieri, quel bambino svogliato e un po' "duro di comprendonio" che finiva spesso dietro la lavagna, è oggi affetto da "disturbi dell'apprendimento" per poi, magari domani, diventare finalmente un bambino senza etichetta alcuna, quando, per fare un'ipotesi, verrà attribuita la responsabilità di questo apparente disturbo (o comunque del suo spropositato aumento) all'insensato passaggio dal metodo alfabetico-fonetico al metodo globale visivo, metodo che inopportunamente introduce, come sostengono ormai diverse ricerche, una tecnica di lettura ideografica su un sistema di scrittura alfabetica.

Purtroppo affinché l'intuizione di Semmelweis venisse applicata in modo generalizzato (grazie alle dimostrazioni sulle contaminazioni batteriche di Pasteur), dovettero passare circa quarant'anni. Nel frattempo la cultura dominante dell'epoca preferì continuare a mietere vittime credendo che esistevano patologie come la "febbre puerperale", allo stesso modo in cui oggi crediamo che esitano il diabete o i disturbi dell'apprendimento.

Come bene racconta Susan Sontag nel suo bellissimo "Malattia come metafora", ognuno di noi ha, fin dalla nascita, una doppia cittadinanza: nel regno dello stare bene e in quello dello stare male. In entrambi malattia e salute, funzionalità e disfunzionalità sono infarciti di mitologie e metafore strettamente connesse al tempo e al territorio che abitano, fino a divenire altro da quello che sono, o dovrebbero essere: una condizione del corpo biologico che, giorno per giorno, si misura con i suoi limiti e le sue opportunità e, in base ad essi, chiede o dà aiuto, fino arrivare a un punto in cui smette definitivamente di funzionare.

Questo non significa, è bene ribadirlo, che diabete, disturbi dell'apprendimento o quant'altro non vadano adeguatamente curati, ma che ogni cura dovrebbe contemplare, insieme alle modalità in uso per cercare di ridurre o eliminare il malessere, la presa in carico di quel malessere nella sua funzione di metafora, andando a stanare i significati negativi che quella metafora produce nel soggetto e nel suo universo relazionale.