Tolgo il disturbo - Ouverture

Tolgo il disturbo è un vecchio (neanche troppo) film di Dino Risi nel quale un anziano Vittorio Gassman esce dalla clinica psichiatrica dopo una ventina d’anni e torna nella sua casa ormai abitata dalla nuora e dalla nipotina che vivono con il nuovo compagno e da sua figlia. 

Ovviamente dopo tutti quegli anni l’anziano uomo, ex direttore di banca, viene vissuto come un problema, un corpo estraneo, un intruso. Durante tutto il film l’anziano signore cozza continuamente contro le norme, le consuetudini, le abitudini comportamentali che definiremmo normali e i suoi comportamenti, oggettivamente neanche poi così pericolosi o sconvenienti, diventano occasione per rimarcare la sua non idoneità, la sua inadeguatezza, la sua azione e funzione disturbatrice. Alla fine del film, dopo diverse peripezie, l’uomo si allontana solitario sulle note di un valzer e toglie il disturbo. 

Il film è un buon esempio narrativo che ci apre alla riflessione di come, sempre, difronte all'opposizione di qualunque modalità, comportamento, pensiero a quella che è la norma, la normalità, emerge l’idea del disturbo, di quella dimensione che sempre pone questioni e problemi relativi ad una lettura di altre e possibili chiavi che non siano solo ed esclusivamente quella univoca di una “anormalità” che comprende tutto ciò che non rientra nei paradigmi correnti. La domanda che Augusto (il signore interpretato da Gassman nel film di Risi) sottende lungo tutta la vicenda narrata riguarda la natura del disturbo, Di chi è quel disturbo? E quanto disturba? E chi disturba? 

Il disturbo è una disarmonia, un segnale non previsto nella gamma di quelli ritenuti omologhi e convenzionali senza che ci si dia la possibilità di immaginare un’apertura al possibile, ad un altro possibile, che sveli altri modi, altri paradigmi, altre occasioni per allargare il mondo, l’esperienza; entrando in altre e più ampie possibilità. 

E' l’epoca del disturbo. Di continuo questo termine affiora nei discorsi, nelle analisi, nelle indagini e nelle diagnosi che costellano il mondo dell’infanzia e in particolar modo nel mondo della scuola e dell’educazione. Un termine che caratterizza ormai ogni discussione -più o meno sensata- che possa riguardare la relazione educativa e lo spazio multidimensionale del sistema scuola e delle sue svariate manifestazioni. 

In realtà credo che quest’evidenza non riguardi tanto e solo il mondo della scuola ma -dentro quell'universo- il termine disturbo si rivela maggiormente proprio nella sua natura ambigua e subdola, restituendo l’immagine di limiti e fallimenti e compromettendo, spesso, ogni possibilità di guardare ad alcuni fenomeni anche in chiave evolutiva. 

La scuola è un mondo pieno di disturbi, molti di più di quelli che immaginiamo e nominiamo, e non sono tutti così identificati e specifici. Emergono i disturbi del singolo, quelli che compromettono un’idea (badate bene, un'idea!) di competenza, di adeguatezza, di produttività. 

Come capita al protagonista del film il disturbo non appare come il suo specifico disturbo, anche se tutt'intorno a lui ci si sforza ad additarlo come l’elemento destabilizzato e destabilizzatore, ma quel disturbo riguarda tutto ciò con il quale lui è connesso, tutto quel sistema ampio nel quale si muove e vive. 

Il disturbo allora non va guardato come una monade ben definita e isolata, piuttosto ne vanno evidenziati i rapporti, le relazioni che esso ha con il sistema e gli incorporamenti che ha nel sistema. 

I cosiddetti Disturbi Specifici che tanto risuonano e riecheggiano nelle aule, nelle riunioni, nelle equipe, negli ambulatori pubblici e negli studi privati hanno forse molto poco di specifico, vanno invece letti in una prospettiva ampia e complessa al di fuori di ogni tentazione riduzionista. In attesa di continuare il nostro discorso vi invito alla lettura di questa intervista ad Allen Frances a La Stampa

Ne riparliamo.

Michele Stasi