Nell'ottica di una scandalosa ricerca

Le parole esatte pronunciate mentre assistevo alla lezione del Master di Logopedia sul Metodo Oralista Cognitivo secondo De Filippis, tenuta dal mio collega Massimo Silvano Galli, sono state : " .. il metodo è la persona che ho lì davanti. La Defi ha continuato ad inventare un metodo; si è posta nell'approccio con l'altro nell'ottica di una scandalosa ricerca.... (Defi è il soprannome usato per chiamare la Prof  A. De Filippis dai suoi pazienti e da tutti coloro che le vogliono bene. ndr.)

Una scandalosa ricerca delle abilità nascoste in ogni paziente, piccolo o grande. Una scandalosa ricerca di adattamento del metodo a quel paziente perchè niente ha funzionato fino a quel momento. Una scandalosa ricerca dentro di sè per comprendere cosa non  abbiamo ancora compreso di quel particolare individuo.

Una scandalosa ricerca di ciò che la diagnosi non dice; diagnosi che imprigionano il soggetto in una definizione definitiva e immutabile. Sapere ciò che non funziona organicamente di quel  individuo è tanto importante quanto ignorarlo perché la diagnosi ci dice solo quali sono i limiti, non dice mai quali sono le possibilità. Conoscere il limite serve solo come punto di partenza per cominciare "una scandalosa ricerca..." delle abilità non diagnosticate.

Tanti anni passati di fianco alla Defi, a guardarla modificarsi giorno dopo giorno, bambino dopo bambino, mi hanno insegnato che tutti devono avere una possibilità, per piccola, scarsa e non sufficiente a raggiungere la tanto desiderata "normalità"  che sia. Se ci sono delle risorse residue sta a noi scoprirle e fornire gli strumenti necessari per coltivarle.

Il metodo è importante, ma non potrà mai essere davvero efficace se ci fermiamo davanti alla diagnosi stessa, al primo ostacolo o alla nostra incapacità di trovare gli espedienti  per andare oltre.

La realtà ci insegna che non sempre le storie hanno un lieto fine, quelle dei nostri pazienti spesso sono fatte di diagnosi che non danno possibilità di riscatto, di terapie fallimentari , di pellegrinaggi infiniti alla ricerca della cura miracolosa e di terapisti che non hanno mai tentato di andare oltre le limitazioni evidenti. Sono drammaticamente consapevole che troppo spesso anche nel nostro campo si cerca la via più breve e meno faticosa, ma io a fine giornata, non mi sento né soddisfatta né in pace con i miei pazienti, se non ho ricercato scandalosamente e costantemente il sistema di adattare le mie conoscenze e le mie capacità a quel particolare individuo, il superamento del limite imposto dalla diagnosi e non sento la fatica che tale ricerca impone.

Il monito della Defi a tutte noi, prima sue studenti e poi sue collaboratrici,  è sempre stato: "Se a fine giornata non arrivate con le spalle rotte non avete lavorato bene."  Un monito che implica fatica e impegno, che ci impone di guardare oltre, giorno dopo giorno, passo dopo passo, e non restare intrappolati nella rete delle definizioni e della stucchevole immobilità dei limiti.

Viviana Gaglione