A.O.A. Sindrome da Primo Contatto

Chiariamo subito, l'A.O.A non è una sindrome che troverete sui libri di medicina e con la medicina, in senso scientifico, non ha niente a che a fare. L'A.O.A. - Accettazione. Osservazione. Adattamento - o Sindrome da Primo Contatto (SPC), è una sindrome appena inventata.

Cerco di spiegare da dove nasce.

Il primo CONTATTO con i nostri pazienti dovrebbe sempre passare per le tre parole epidemiologiche tipiche della sindrome: Accettazione, Osservazione, Adattamento.

Nella pratica quotidiana, dove anche noi terapisti non siamo esenti dalla richiesta prestazionale e dall'ansia che essa ci provoca, spesso lasciamo in secondo piano la capacità di entrare in contatto con chi sta di fronte a noi a favore della necessità di produrre dei risultati. Risultati che sono sicuramente importanti e ci fanno sentire bravi professionisti, ma senza dimenticare che la maggiore soddisfazione la otteniamo quando, come tenaci esploratori, riusciamo a scovare in profondità le risorse dei nostri pazienti. "In profondità" perché spesso le risorse che cerchiamo non sono evidenti, ma nascoste dietro sintomi che ci possono confondere e far deviare dalla ricerca del tesoro nascosto a favore di percorsi già tracciati e facili da percorrere. 

Qui entra in gioco la prima parola della sindrome: ACCETTAZIONE. 
Noi siamo terapeuti e per poter curare al meglio dobbiamo accettare il nostro paziente così com'è: noi non desideriamo niente di diverso da ciò che abbiamo di fronte; non abbiamo un desiderata di come avremmo voluto che quel bambino/adulto fosse (come potrebbero avere i suoi genitori o familiari), quindi a noi il compito di accettarlo così com'è, con tutte le sue brutture, distorsioni, deficit, incapacità e labilità. 
Educare e ri-educare ha come primo assioma l'abilità di entrare in contatto con la sfera emotiva dei nostri pazienti, l'abilità a trovare il tesoro nascosto, che spesso ci racconta e ci mostra ciò che la parola non è in grado di riportare. 

E qui inizia il secondo stadio dell'epidemia: OSSERVARE.
Quando entrano per la prima volta nella nostra stanza (o quando entriamo noi per la prima volta nella loro stanza) accogliamoli con un sorriso, che già da solo è sinonimo si buona predisposizione d'animo, e poi dedichiamoci ad una pratica ormai quasi sconosciuta: l'osservazione. Gesti, sguardi, movimenti, modi di relazionarsi, scelte dei giochi, ci svelano del nostro paziente molto di più delle parole che i suoi familiari ci stanno riversando addosso presi dall'ansia di capire perché non fa, perché non parla, perché non è capace. 

E quando pensiamo di aver intravisto l'inizio del sentiero che ci porterà al tesoro nascosto, ADATTIAMOCI. Essere bravi professionisti vuol dire sopratutto essere capaci di uscire dagli schemi predefiniti e statici per adattarci alla persona che abbiamo di fronte. E adattarci vuol dire avere accettato e riconosciuto i deficit dell'altro e da quelli partire per TRAS-FORMARLI in abilità. 

Ora che siamo stati contagiati, siamo pronti per il primo CONTATTO.
Contatto visivo, tattile, uditivo non importa: lasciate che sia la vostra parte emotiva a fare il primo approccio e non il professionista; lasciate che sia il vostro intuito a dirvi qual'è l'approccio migliore, a rischio di sbagliare, perché sbagliando dimostriamo che anche noi non siamo perfetti, e quale migliore modo di entrare in contatto con l'altro se non mostrandogli i nostri deficit , le nostre incapacità, le nostre distorsioni e labilità? 

ACCETTAZIONE, OSSERVAZIONE, ADATTAMENTO:
sono tre parole che non devono mai mancare nella pratica quotidiana. Tecnica e metodi ci permettono di trasformare i deficit in abilità, ma è il contagio che ci permette di entrare in relazione profonda con l'altro. L'altro che sarà oggetto della nostra cura. Della nostra accettazione. Della nostra osservazione. Del nostro adattamento. 

 Viviana Gaglione