Questi compiti s'hanno da fare?

Giusto un anno or sono aprivamo le danze al periodo estivo con un articolo dal titolo: “Come portare il cervello in vacanza” in cui sottolineavamo la necessità di scombussolare le naturali routine cui il cervello aspira, con un periodo di sano “disordine mentale”, anche fatto di ozi, sollazzi e apparente (solo apparente) inattività cerebrale.

La vacanza, infatti, è l’occasione migliore per dare sfogo alla Task-negative Network (Tnn) lasciando vagare la nostra mente oltre le frontiere della sua antagonista: la Task-positive Network (Tpn) che, invece, entra in gioco quando siamo stimolati e concentrati su un compito.

Liberiamoci dunque, e liberiamo i nostri studenti, lasciando che il nostro cervello vaghi da situazioni di incertezza senza stimoli (noia, fancazzismo e affini), a situazioni di incertezza iperstimolata (luoghi mai visti, esperienze mai fatte, emozioni mai provate), ma… (attenzione!) non smettiamo, al contempo, di condire tutto questo con quelle situazioni routinarie in cui il nostro cerebro si sente appagato.

Il gioco è quello di invertire le percentuali, non di azzerarle.

Se durante le normali giornate dell’anno la nostra vita è per lo più protesa all'organizzazione e esecuzione del “compito”, ora, durante l’estate, releghiamo il compito alle sue minime percentuali, ma non eliminiamolo.

Si apre qui l’annoso dibattito sulla sensatezza dei compiti estivi che, date le premesse, potete intuire dove personalmente mi spinge. La questione, infatti, è eminentemente neurologica non ideologica. Il rischio, è che il necessario svacco prenda il sopravvento su tutto il resto e, come spesso accade, lo studente in vacanza diventi più vacuo che vario, passando il suo tempo a stordirsi con overdose di videogiochi e smartphone (vedi articolo) e perdendo il reale beneficio dello spazio vacanziero.

La questione, dunque, non è non avere compiti, semmai che tipo di compiti assegnare; poiché abbiamo ormai a disposizione diverse ricerche che ci informano sull'efficacia di alcune richieste e l’inesattezza di altre.

Partiamo da alcuni dati.

Siamo il paese in Europa che assegna più compiti, ma da un’indagine tra gli studenti, circa 9 studenti su 10 non li finiscono, 3 su 5 ne eseguono più o meno la metà o non li hanno fanno proprio e, tra chi li svolge, la metà circa ammette di copiarli (da internet o dai compagni di classe). Questi numeri già ci dovrebbero fare intuire che qualcosa non funziona.

Una delle questioni che maggiormente mi trovo a dipanare con studenti e famiglie è lo smarrimento (spesso -ahimè- di entrambi) di fronte alla mole di lavoro che rappresentano i compiti per l’estate. Senza comprendere che il più importante insegnamento che ci danno non è eseguirli, ma imparare a suddividerli.

In effetti, uno studio del Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University (USA) ha evidenziato come compiti brevi e semplici siano più proficui -non a caso la Finlandia, nazione che in questi ultimi decenni ha acquisito un’indiscussa leadership nell'applicazione di tecniche avanzate per la didattica, impone per i compiti un tempo limite di mezz'ora al giorno.

Dunque, per programmare adeguatamente questo tempo limite (che ovviamente aumenta con l’avanzare dell’età -senza però superare l’ora, l’ora e mezza, massimo) è necessario organizzarsi: affinché la quantità sia tale da permettere questa suddivisione e affinché gli studenti siano capaci di operare questa suddivisione.

Ridursi all'ultima settimana per eseguire i compiti tutti in una volta, passare ore e ore su un compito o eseguirli in grandi blocchi monotematici (tipo 10 giorni di fila tutti dedicati alla matematica o alla grammatica) è assolutamente inutile. Meglio non farli.

Il più grande insegnamento dei compiti estivi è dunque quello organizzativo: un vero e proprio esercizio altamente cognitivo che ci abilita a non traballare di fronte alla difficoltà di un compito complesso e articolato, imparando ad affrontarlo ed estinguerlo -cosa che ci tornerà utile in tutte le stagioni della vita.

Nel caso di specie dovremmo, calendario alla mano, insegnare ai nostri ragazzi, ad avere anzitutto una visione d’insieme, il più possibile dettagliata, delle loro vacanze: i giorni che trascorrerò a casa e quelli che invece mi vedranno fuori città, i giorni speciali in cui sarò impegnato in qualcosa di particolarmente interessante e quelli di ordinaria quotidianità, i giorni in cui non avrò davvero alcun impegno e i giorni in cui frequenterò magari un centro estivo o simili.

Abbiamo, dunque, momenti diversi cui vanno attribuite disponibilità diverse.

Fatta questa divisione, si è dimostrato particolarmente efficace, lasciare i primi 7/10 giorni senza alcun compito. Liberare la mente da tutte le fatiche e le ultime tossine per poi, dall'undicesimo giorno, iniziare a seguire il planning che avremo sapientemente diviso al fine di lavorare non più di un’oretta, preferibilmente al mattino, preferibilmente sempre alla stessa ora.

Inseriamo quindi nel planning anche quei giorni in cui, per diverse ragioni, non è possibile o non vogliamo fare nulla; tra questi potrebbe essere, ad esempio, auspicabile il periodo in cui saremo al mare, in montagna o in viaggio.

Prevediamo, inoltre, un incremento dell’attività lavorativa nell'ultima settimana cosi da essere più rodati al nuovo inizio.

Infine, dividiamo i compiti da fare tra quelli a nostro avviso più difficili e quelli che supponiamo più semplici quindi, materia per materia, distribuiamoli nel nostro calendario attribuendo, per ogni giorno, almeno un esercizio per materia, iniziando con un compito classificato come difficile e finendo con uno facile; lasciamo per i giorni più impegnati solo compiti facili e… il gioco è fatto.

Questo per stare ai diktat della scuola e farli fruttare al meglio. Se poi volete far sì che l’estate sia davvero un momento propizio per il cerebro dei vostri ragazzi, altri sono allora i compiti che dovrebbero fare. Eccone una piccola lista, ma sono sicuro che, leggendola, altre cose vi verranno in mente…

Usate per loro parole nuove per descrivere cose vecchie e giocate a rincorre e imparare ogni vocabolo che, descrivendo il mondo in modo diverso, rende il mondo sempre diverso.

Viaggiate, se potete e più che potete. Fategli vedere più mondo possibile, ma evitate di portare il vostro mondo nel mondo in cui andate. Insegnategli che viaggiare non è spostarsi, ma guardarsi attorno con occhi diversi.

Lasciatevi sorprendere se volete che vi sorprendano. Siate curiosi e si incuriosiranno. Guardate, voi per primi, con gli occhi dilatati dallo stupore.

Fateli leggere perché, per quanti viaggi faranno o gli farete fare, leggere è l’unico modo che avranno per avere più vite e superare gli ostacoli della vita -che comunque verranno.

E insegnategli a guardare le stelle, non necessariamente a riconoscerle… solo guardarle. Fatelo senza parlare. Non c’è momento migliore dell’anno per vedere, dal cielo, filtrare l’infinito.