L'importanza di fare il primo passo


In ogni rapporto, in ogni relazione, si possono vivere momenti belli e felici, così come momenti difficili e impegnativi, a prescindere dal tipo di relazione (lavorativa, amorosa, familiare ecc.).

Abbiamo l'idea ed il desiderio che i rapporti possano essere idilliaci, perfetti, capaci di farci stare sempre bene, di sostenerci e non deluderci mai. Peccato che, nella realtà dei fatti, le cose non vadano sempre così. Gli impegni ed i problemi sono all'ordine del giorno e riescono a complicare anche le situazioni potenzialmente più rosee e più dolci, come un amore o un rapporto con un figlio.

Quante volte ci sentiamo delusi, traditi e feriti da una persona che non ci capisce, che si dimostra diversa dalle aspettative e che non è più in grado di soddisfare i nostri desideri? Ecco allora che, anche le unioni più solide e collaudate, cominciano a vacillare sotto il peso della quotidianità ed i sogni comuni lasciano il posto alle preoccupazioni individuali. Comincia pertanto la caccia ai problemi che, guarda caso, riguardano sempre gli altri: la moglie si lamenta del marito poco presente e vorrebbe che lui cambiasse atteggiamento e fosse più dolce e premuroso; il marito si lamenta della moglie arrabbiata e vorrebbe che fosse meno brontolona e che non avesse sempre il dito puntato; i genitori si lamentano dei figli disobbedienti e della loro scarsa voglia di studiare e vorrebbero più collaborazione in famiglia; il clima lavorativo è ritenuto pesante e si vorrebbe che i propri colleghi fossero più simpatici e disponibili, e così via.

Tutti vorrebbero qualcosa dagli altri, peccato che in pochi rivolgano in primis la domanda a se stessi: mi lamento di mio marito, ma io che moglie sono per lui? Mi lamento di mia moglie, ma lei cosa potrebbe dire/pensare di me? I nostri figli sono svogliati, siamo sicuri che sia questo il vero problema? Quanto tempo trascorriamo con loro? Il mio collega non mi parla, ho provato a parlare con lui? Io sono disponibile nei suoi confronti? O sono solo pronto a lamentarmi e a giudicare?

Riteniamo spesso che siano gli altri ad avere bisogno di un aiuto (del medico, psicologo, pedagogista, logopedista, mediatore, ecc.) per capire e colmare le loro mancanze e imperfezioni, ma noi siamo proprio così sicuri di essere impeccabili? Di essere immuni da errore? Di essere già perfetti su tutto? Ritenere di non dover migliorare è l'ostacolo più grande verso una messa in discussione che non sia solo formale ma anche sostanziale e che porti a vero cambiamento, fatto di desiderio di modifica e reale capacità di crescita e miglioramento.

Come passare dalle accuse all'autoanalisi? Dal giudizio delle mancanze altrui alla consapevolezza delle proprie? Ecco alcune considerazioni da tenere presenti:

1. Nessuno è perfetto (tanto meno noi): siamo generalmente propensi ad additare negli altri difetti e imperfezioni, senza mai pensare che probabilmente siamo noi i primi ad avere quegli stessi difetti che male sopportiamo negli altri! Siamo pronti ad elencare liste infinite di punti negativi che notiamo nelle altre persone, ma saremmo davvero in difficoltà se dovessimo indicarne anche solo tre pregi. Bene, allora è proprio questo l’esercizio (difficile, ma fondamentale) da fare: rovesciare completamente la prospettiva, esercitandoci a trovare i pregi negli altri ed i difetti in noi stessi. Se non ne troviamo, vuol dire che la strada verso l’autoconsapevolezza e la capacità di valutazione obiettiva è ancora lunga...

2. Ammettere di aver sbagliato. Capita a tutti di fare o dire cose di cui, un attimo dopo, ci pentiamo. L'importante è capirlo, ammetterlo e chiedere scusa. Sì, chiedere scusa. Lo diciamo sempre ai nostri figli quando prendono un gioco ad un compagno, rispondono male ai genitori, litigano con un fratellino, combinano una marachella. Ma noi, siamo pronti a dare il buon esempio? I bambini, ricordiamolo, sono attenti osservatori di ciò che li circonda. Mostrare loro che anche un adulto può sbagliare - ma che ha la forza e la maturità per capire di aver sbagliato e comportarsi di conseguenza – è, al di là delle parole, il migliore esempio educativo che un genitore possa dare.

3. Fare il primo passo. Spesso crediamo che fare il primo passo sia sinonimo di debolezza, di arrendevolezza. Credo invece che fare il primo passo richieda consapevolezza e soprattutto grande coraggio. Significa attivarsi in prima persona per trovare una soluzione, dare il buon esempio, invogliare gli altri a mettersi in discussione e a fare lo stesso. Significa inoltre mostrare una strada possibile e la capacità di prendersi la propria fetta di responsabilità. Il partner non ti abbraccia? Abbraccialo tu. Vostro figlio non vi parla? Ritagliatevi un momento di qualità per stare assieme, la relazione facilita il dialogo. Il tuo collega non ti saluta? Invitalo a prendere un caffé. Non ci parliamo? Vengo da te. Non mi capisci? Mi spiego meglio.

Questi tre passaggi possono in realtà essere più semplici di quanto si creda, a patto che si sviluppi il giusto atteggiamento. Fare il primo passo significa passare dalla lamentela sugli altri alla consapevolezza di sé, dall’attesa che qualcosa cambi all’azione e alla messa in gioco, dalla lontananza relazionale al recupero di un rapporto, dalla spirale negativa ad un circolo virtuoso in cui, gradualmente, dai problemi si passa alle soluzioni. I problemi non spariranno da un momento all’altro, ma sicuramente possiamo porre delle basi solide sulle quali appianare le incomprensioni e ricostruire un rapporto che ha bisogno di tempo e buona volontà per rifiorire. Certo, è fondamentale che ognuno faccia la propria parte, e assumerci le nostre responsabilità non significare toglierne agli altri. Anche gli altri dovranno fare la loro parte. Ma di sicuro, se saremo noi a cominciare, aumenteranno le probabilità che anche gli altri siano invogliati e stimolati a fare un passo verso di noi e a quel punto le relazioni – tutte – ne trarranno grande beneficio.