Intervenire contro la "violenza assistita"

Il papà di Giada sta scontando la pena per maltrattamenti in famiglia e violenza assistita in quanto massacrava la mamma anche dinanzi al lei. Nel frattempo è in corso un procedimento a carico del papà di sospensione della responsabilità genitoriale a seguito di tali reati.

La piccola vive con la mamma che si sforza di assicurarle una vita serena nonostante tutto, nonostante i momenti in cui la piccola si ritrova faccia a faccia con il padre negli incontri protetti e lo ascolta mentre chiede continuamente ed esclusivamente della madre, appellandola con pesanti parole offensive e denigrandola di fronte a Giada, che si nasconde e piange silenziosamente. 

Poi c’è Francesco i cui genitori sono separati, ma la cui mamma, non riuscendo a sopportare che il padre abbia deciso di “vivere” nonostante il lutto della separazione, non fa altro che parlare male di lui ed insultarlo quando arriva in ritardo per giocare con il suo bambino o quando non “offre” abbastanza denaro. E allora, Francesco è distratto, fa fatica a concentrarsi a scuola e si isola. 

Purtroppo, Francesco e Giada patiscono perché sono vittime della violenza dei loro genitori psicologica e/o fisica : la cosiddetta “violenza assistita”. E’ fondamentale il riconoscimento del diritto del minore a non vivere tale forme di violenza, appunto indiretta, ma che partecipa della vita e della crescita del bambino che vi assiste. 

Secondo la definizione fornita dal CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) - “Per violenza assistita da minori in ambito familiare si intende il fare esperienza da parte del/della bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte e minori. Si includono le violenze messe in atto da minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia, e gli abbandoni e i maltrattamenti ai danni degli animali domestici. Il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando avvengono nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore ne è a conoscenza).

Questa definizione è molto importante in quanto ci permette di capire che si ha violenza assistita non solo quando il minore vede e vive direttamente sulla madre o sul padre le percosse, gli insulti e le minacce, le sofferenze cui il genitore è esposto, ma anche qualora queste violenze, sono dal minore conosciute attraverso la percezione dei suoi effetti, pur non avvenendo direttamente innanzi agli occhi di una Giada e di un Francesco. Tale tipologia di violenza ha profonde ripercussioni sul minore che vi assiste, ma su queste voce in capitolo hanno psicologi e pedagogisti. 

E' bene precisare che le negative conseguenze della "violenza assistita", devono essere il frutto della deliberata e consapevole insofferenza e trascuratezza verso i primari bisogni affettivi ed esistenziali dei figli stessi, rispetto all’educazione, all’istruzione e al rispetto delle regole sociali, di cui la famiglia deve farsi portavoce. 

Ci auguriamo che il calvario di Giada e di Francesco possa aver fine grazie all’intervento coordinato della giustizia penale, che servirà quale possibile deterrente, alla giustizia civile che offrirà un intervento mirato, e soprattutto dell’intervento coordinato, consapevole e competente di tutte le figure che a vario titolo cooperano per la gestione delle famiglie in conflitti anche disperati (avvocati, pedagogisti, psicologi, assistenti sociali, magistrati, forze dell’ordine, insegnanti…). 

Intanto, il primo passo da fare è quello di riconoscere tale forma di violenza, poi quello di capire che in alcuni casi, senza rendercene conto, possiamo esserne le vittime o gli artefici, e di conseguenza, aiutare o farci aiutare, evitando di fare silenzio sul dramma dei minori. 

Da tempo, presso il centro Logopaideia è attivo un servizio di assistenza legale sul fronte della famiglia e dei minori, in sede civile e penale, proprio per supplire alla solitudine di chi non sa come uscire dal tunnel dei maltrattamenti, dello stalking, degli abusi, delle difficoltà anche in ambito giudiziario di figli e nipoti. Tale servizio offre supporto anche a coloro che non possiedono totale autonomia o che chiedono sostegno per i propri cari anche, ma non necessariamente, con malattie mentali (amministrazione di sostegno, interdizione, inabilitazione) e per chi si trova ad affrontare le difficoltà e a volte il dramma della separazione, della gestione e del mantenimento dei figli e/o del partner.

Teresa Laviola