L'arte maieutica dell'avvocato

Qualche anno fa fui affascinata dall'esperienza del parto e in particolare dal ruolo esercitato dall'ostetrica durante tutto il corso del travaglio.

Mi resi conto, allora, quanto possano cambiare le dinamiche, le sensazioni e la partecipazione all'esperienza del “generare e del creare” a seconda della maggiore o minore medicalizzazione che subisce. 

Mi sono venute alla mente le considerazioni di George Engelmann in "Laboramong Primitive"  quando guardava le donne nell'ultima fase del travaglio e inizialmente le induceva e conduceva ad assumere posizioni particolari o le invitava a calmarsi imparando poi ad osservare “la loro apparente agitazione sotto un’altra luce” dando loro così la possibilità di partorire seguendo istintivamente il “ritmo del loro corpo”: le educava, quindi, a soffrire meno e a vivere con più consapevolezza e abbandono l’esperienza del parto, ad avere fiducia nella loro “naturale capacità” di saper mettere alla luce un figlio lasciandosi trasportare dalla “danza” del corpo.

Come non spingere, a questo punto, il pensiero a Socrate che faceva partorire le idee degli altri attraverso un’arte che chiamava "maieutica". Egli si paragonava alla madre e affermava: «Come mia madre aiutava a venire alla luce esseri umani, aiutava i corpi a partorire, assisteva le donne gravide, io aiuto a partorire le anime degli uomini, le menti degli uomini. Il mio dialogare serve a far emergere la verità, che è già contenuta nell’individuo».

Socrate non voleva insegnare qualcosa come un istruttore, ma aiutava gli altri a tirar fuori le idee e i ragionamenti così come sua madre aiutava le altre donne a partorire.
Per Socrate la verità non può mai venire dall'esterno in quanto essa è un parto interiore, è presente nell'individuo, anche se viene per lo più schiacciata dalle false opinioni.

La verità viene soffocata, ma permane all'interno; Socrate non può insegnarla, ma può aiutare a farla venire alla luce, sgombrando il terreno dalle false credenze, dai falsi punti di riferimento, e facendo emergere la capacità di pensiero dell’interlocutore.

C’è in Socrate una grande fiducia nelle capacità critiche, nelle capacità di orientamento, nella ragione umana. La funzione (arte) dell'avvocato, laddove voglia essere davvero d'aiuto ai suoi assistiti e non trascinarli in inutili diatribe infinite, è lo stessa: essa si pone quale strumento per educare, tirar fuori non le posizioni ma i bisogni reali delle parti facendo emergere un ordine dato dall'armonia di elementi diversi ed addirittura opposti (i rispettivi interessi), e non dalla mera creazione di contenitori (le decisioni di diritto nichilisticamente intese), che isolano, semplificando le differenze ed i contrasti.

E' sulla base di queste considerazioni che lo strumento del diritto può a buon titolo dialogare anche con figure più tradizionalmente votate alla cura, come i colleghi del centro LogoPaideia, poiché l’arte maieutica condotta dal difensore porta al cambiamento, non in quanto impone un modello di uomo, così come considerato dalla coscienza collettiva ottimale, ma piuttosto perché gli fornisce degli strumenti, che rendono l’assistito, consapevole delle proprie potenzialità, dei propri bisogni e quindi capace di trarre risorse ai fini della gestione e risoluzione del problema che lo affligge.

Pertanto, l’ad-vocatus così come lo intendiamo non cerca un paradigma di diritto da trasmettere ai “clienti”, ma, al contrario, garantisce la dialettica nella relazione prima, e a prescindere dal contenzioso, garantendo la pragmatica applicazione del diritto al contraddittorio che non si estrinseca soltanto nella fase processuale, ma già dal primo approccio nello studio, anche con il collega di controparte, con i rispettivi assistiti e, quindi, in ambito stragiudiziale.