Avrò cura di te

1948.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità presenta la nuova definizione di salute descrivendola come "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità".
Una forma embrionale di quel nuovo concetto di medicina che deve curare oltre la fisicità, l'organicità ma proponendo un approccio olistico dove con "curare" si intende "prendersi cura" della persona in tutti i suoi aspetti.

Settant'anni più tardi.
Sono ancora troppi i medici che snocciolano diagnosi con la stessa scioltezza di un meteorologo che annuncia l'arrivo del freddo. Troppi pazienti impauriti, confusi da parole complicate, non spiegate, iter sfiancanti che fanno percepire la malattia simile a un complicato puzzle da risolvere. Spesso, la sensazione di procedere per tentativi, sperando di trovare "uno che ci capisca qualcosa". E spesso il luminare a cui hanno consigliato di rivolgerci neanche guarda negli occhi, ci chiede se abbiamo capito, o, più semplicemente, come stiamo. Più in generale, privi di empatia.

L'Enciclopedia Treccani definisce l'empatia come "la capacità di comprendere lo stato d'animo e la situazione emotiva di un'altra persona (...) Partecipazione intima ed immedesimazione." 

L'empatia è anche al centro del lavoro di Brene Brown, ricercatrice americana e autrice del rivoluzionario saggio "The Gift of Imperfection", ovvero "I doni dell'imperfezione".
Per descrivere l'empatia, Brene Brown parte spiegando la differenza fra compassione ed empatia: la compassione conduce alla disconnessione mentre l'empatia permette di "sentire" i legami.

Al centro dell'empatia, Brown individua 4 elementi:
1. Prospettiva: l'abilità di mettersi nei panni dell'altra persona o riconoscere che quel punto di vista rappresenta la loro verità
2. Astenersi dal giudicare
3. Riconoscere le emozioni nelle altre persone
4. Comunicarglielo

L'empatia è una scelta ed è una scelta vulnerabile perché per entrare in contatto con chi ha bisogno di te è essenziale entrare in contatto con sé stessi, conoscere le proprie emozioni.

Conoscere le proprie emozioni per "riconoscere" le emozioni degli altri. Per una cura della persona che sia il più possibile olistica, nel rispetto della definizione dell'OMS del 1948, risulta indispensabile la presenza di un rapporto empatico nella relazione medico-paziente.

Nessun approccio psicologico, clinico o riabilitativo può avvenire senza introspezione ed empatia.

In questo senso, per poter "prendersi cura" degli altri risulta indispensabile avventurarsi in un duplice viaggio esplorativo, indagando contemporaneamente le proprie e le altrui emozioni.

E' indispensabile conoscersi e riconoscere le reazioni che l'altro induce in me. Per questo, come dice Brene Brown, l'empatia è una scelta vulnerabile: perché costringe a mettersi in gioco, attingendo alla "banca virtuale", il magazzino emotivo in cui trovare le risorse necessarie a portare avanti il percorso riabilitativo. Una volta trovate le emozioni è importante imparare a maneggiarle, a canalizzarle nella giusta direzione, per non correre il rischio di cadere nella compassione oppure di non riuscire più a distinguere cosa appartenga a me e cosa, invece, appartenga all'altro.

E' quindi molto importante poter tenere il controllo delle dinamiche relazionali ed emotive messe in gioco nel rapporto di cura: il rischio è quello di perdersi, di essere sopraffatto. Solo così si potrà vivere serenamente l'intero percorso del trattamento riabilitativo.

Cecilia Brogi