Guardami negli occhi!

“Semplice, come sorridere”

Una delle pubblicità che nello scorso 2014 ha fatto breccia nelle nostre case attraverso le radio e le televisioni italiane, termina con questa splendida frase. Questa stessa frase mi ha spinto a pensare a quello che sarà l’argomento dell’articolo di questa settimana.

La semplicità. Ogni giorno eseguiamo infinite sequenze motorie senza apparentemente controllarle e senza accorgerci di quanta complessità si nasconda dietro di esse dal momento che appunto, ai nostri occhi appaiono estremamente semplici.
Parliamo di sorrisi, di baci… e se dovessimo parlare di linguaggio?

Spesso mi capita di dover rispondere ad alcune persone che mi pongono domande sul mio lavoro. “Ma cosa dovresti fare tu con i bambini?” “Cosa c’è di così difficile nell’imparare a parlare?” “ Ma si, dice male qualche letterina…che sarà mai!”
Mi sono ritrovata a pensare che mi vengano fatte così tante domande di questo tipo perché non sempre siamo in grado di osservare la reale complessità che si cela dietro lo svolgimento di un’azione che ci viene assolutamente naturale e automatica.

In realtà parlare è decisamente complesso! Ogni parlante, sia esso italiano, cinese o americano per poter diventare tale deve poter ascoltare, osservare, prestare attenzione, sperimentare… e tutto ciò avviene in un tempo estremamente limitato se pensiamo che la maggior parte dei bambini intorno al primo anno di età ha già avuto modo di pronunciare le prime paroline. Affinché questo avvenga però, è necessario che il bambino abbia l’occasione per apprendere.

Soprattutto nelle prime fasi di vita, la maggior parte degli apprendimenti è veicolata dall’organo della vista il quale, permette al bambino di osservare ciò che lo circonda, e di apprendere appunto gli schemi corporei e le competenze che imparerà a padroneggiare attraverso la sperimentazione e l’esperienza.
Il linguaggio non è immune a questa modalità di apprendimento.
Per far si che un bambino impari a parlare correttamente, è importante che gli venga data non solo la possibilità di ascoltare i suoni linguistici che lo circondano, ma anche la possibilità di osservare come questi suoni vengono articolati.

Eccoci allora al dunque.

Perché mai un comportamento così “semplice” quale risulta il comportamento linguistico, può rivelarsi così complicato per alcuni bambini?

Molti genitori osservano nei loro figli genialità e arguzia perché già all’età di 3 anni sanno perfettamente come utilizzare un tablet, come sbloccare uno smartphone e individuare su di esso l’applicazione da avviare, ma non guardano con preoccupazione al fatto che per far questo i loro stessi figli tendono ad ascoltare senza guardare il volto delle persone che stanno parlando loro e prediligono giochi solitari nei quali non è necessaria l’interazione.

Che sia un piacere per i bambini guardare ore e ore di televisione, con cartoni animati che si susseguono uno dietro l’altro è risaputo, ma questo tipo di apprendimento è limitativo in quanto, il bambino impara si a riconoscere i suoni linguistici che ascolta, ma non ha la possibilità di avere un modello da imitare e da cui apprendere come articolare correttamente tale suono.

È ormai ampiamente dimostrata l’esistenza di un sistema di neuroni specializzati, noti con il nome di neuroni specchio, i quali si attivano non solo per consentirci di eseguire un compito motorio ma anche ogni qualvolta lo vediamo/ sentiamo eseguire da altri, in modo riflesso.
Tale sistema è da considerarsi di fondamentale importanza per lo sviluppo del linguaggio poiché ci consente di percepire i gesti fonetici e di tradurli in movimenti articolatori corretti.

Alla luce di questo l’invito non è a scoraggiare l’utilizzo delle moderne tecnologie ai bambini bensì a non perdere di vista “l’ever gre
en”: guardare negli occhi le persone non è solo indice di buona educazione, per i più piccoli questa è una grande risorsa!

Liliana Procopio