Balbuzie: le parole non dette

Racconta Plutarco che Demostene, politico e oratore ateniese vissuto nel IV sec a.C., al suo primo discorso pubblico, fu deriso dal popolo per il suo stile strano e rozzo, impacciato da frasi lunghe "..una mancanza di respiro, che, rompendo e disarticolando le sue frasi, rendeva oscuro il senso e il significato di ciò di cui parlava". Demostene si sottopose ad una vera e propria terapia logopedica basata sulla recitazione dei testi dei grandi autori del teatro greco, sull'impostazione della respirazione. 

Provò a controllare la sua disfluenza esercitandosi per ore a parlare con dei sassolini in bocca: nelle sue Filippiche, si scagliò contro Filippo II di Macedonia, entrando nel pantheon dei grandi oratori attici. Nel 2010, Tom Hooper, con il film "Il discorso del re", ha portato sul grande schermo la storia di re Giorgio VI che si affidò alle cure del visionario logopedista Lionel Logue per curare la sua balbuzie. Attraverso salti ed esercizi di respirazione, Logue si conquistò la fiducia del suo illustre paziente. Con l'aiuto del suo terapista, Giorgio VI riuscì a superare la sua logofobia e a parlare in pubblico, contribuendo anzi, con i suoi discorsi radiofonici, a tenere alto il morale del paese durante la resistenza all'attacco subito dalla Germania nazista. 

Dopo aver interpretato molti ruoli intensi (il Mussolini di Bellocchio in "Vincere" e l'operaio violento di Salvatores in "Come Dio comanda"), Filippo Timi ha portato in teatro "Skianto", la storia di un bambino disabile. Attore, autore, sceneggiatore. E balbuziente. Della sua disfluenza, però, ci si accorge soltanto nelle interviste in cui spesso racconta di quanto sia stato difficile affrontare la paura di parlare davanti ad un uditorio e di come sia riuscito ad attenuare con il canto la sua difficoltà. 

"Esiste una disabilità
 non conclamata che è l’isolamento
l’incapacità di fare uscire le voci".
Filippo Timi 

Prima di tutto, la definizione 
Fino a non molto tempo fa, la balbuzie veniva definita come un'anomalia del normale fluire dell'eloquio, caratterizzato da frequenti ripetizioni e/o prolungamenti di suoni, sillabe e parola causati da movimenti involontari e tic muscolari.

Venivano quindi presi in considerazione quasi esclusivamente gli aspetti motori. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un nuovo inquadramento diagnostico: secondo il DSM IV, per poter parlare di balbuzie, la sintomatologia deve interferire con i risultati scolastici, professionali e con la sfera relazionale. È necessario però aggiungere che qualsiasi definizione non può essere esaustiva: occorre infatti tenere presente non solo la grande varietà individuale con cui la balbuzie si può presentare ma anche la personale percezione del paziente. La grande maggioranza dei pazienti porta in studio sentimenti di rabbia, fatica e vergogna. Le derisioni di cui spesso i balbuzienti sono oggetto autoalimentano la paura di parlare, logofobia, innescando un meccanismo a cascata difficile da bloccare.

La logofobia si manifesta in modo molto diverso: in alcuni casi i pazienti denunciano un'ansia anticipatoria nei confronti di alcune parole o alcuni suoni che sanno (o comunque ne hanno la percezione) di non riuscire ad articolare fluentemente. Questi pazienti ricorrono spesso all'uso di parole passepartout ("cioè", "allora"...) nel tentativo di gestire i blocchi fonetici, embolofrasia.

La percezione di non riuscire a superare l'ostacolo che interrompe l'eloquio può accrescere la tensione e, col tempo, condurre all'evitamento delle conversazioni fino a raggiungere, nei casi più gravi, delle vere e proprie forme di fobie sociali. 

Il trattamento 
In questo quadro cosi complesso è importante intervenire precocemente in modo da evitare l'instaurarsi di complessi interiori che vadano a limitare il funzionamento sociale della persona. Data l'eterogeneità della sintomatologia, per ottenere dei miglioramenti duraturi, è indispensabile impostare un trattamento multidisciplinare che prenda "in cura" il paziente nella sua globalità. 
Dal punto di vista strettamente logopedico, è molto importante iniziare il percorso con esercizi di rilassamento: spesso nei pazienti balbuzienti si registra la presenza di una tensione muscolare diffusa in tutto il corpo. Parallelamente al rilassamento, viene impostata la respirazione diaframmatica: i disturbi respiratori sono infatti molto frequenti e quasi sempre secondari a spasmi dei muscoli laringei e facciali. 
Occorre rendere il paziente consapevole del proprio tipo di respirazione in modo da spostare il carico di lavoro a livello diaframmatico e alleggerire la tensione cordale responsabile della voce tremolante, priva di armonia tipica dei balbuzienti.

Nella stragrande maggioranza dei casi è importante rendere il paziente consapevole della possibilità di parlare fluentemente. In questo senso, può essere utile, soprattutto nelle situazioni dove l'ansia anticipatoria gioca un ruolo centrale, chiedere al paziente di leggere una frase partendo dal punto, cioè quindi impedendogli di controllare quale parola seguirà. Leggere all'unisono con altri, parlare cantando o sottovoce sono strategie spesso efficaci.

Ottimi risultati si ottengono con il chewing method (proposto da Froeschel, foniatra tedesco vissuto negli anni 50) che consiste nel rendere il paziente consapevole che, come può usare liberamente gli organi articolatori per mangiare, allo stesso modo questi possono permettergli di parlare fluentemente. Il paziente deve quindi imparare a masticare le parole esagerando i movimenti labiolinguali.

Questa iperarticolazione permette di rallentare il flusso di parole e di aumentare la fluidità motoria. Allo stesso modo può essere utile accompagnare l'eloquio con gesti così da sviare la sua attenzione e, in qualche modo, "sfogare" l'ansia deviandola verso l'esterno attraverso le mani.

Nel caso di bambini balbuzienti sarà opportuno parlare con i genitori i quali dovranno evitare di chiedere al figlio di ripetere le parole balbettate oppure di pronunciarle di sua vece. Queste situazioni potrebbero,infatti, farlo sentire incapace ed inadeguato. Per superare la logofobia, bisogna infrangere le catene di ansia anticipatoria legate alla parola, proponendo al paziente di alleggerire la tensione abbattendo le proprie inibizioni e superando la paura di non riuscire. Accettare il proprio disturbo, affrontarlo e non già subirlo passivamente sono gli strumenti indispensabili per sconfiggere le proprie paure e le dis-percezioni.

Proprio come Demostene.
O Filippo Timi.
O Re Giorgio IV. 

 Cecilia Brogi