L'importanza delle parole

Mi ricordo ancora la domanda che ci ha posto la tutor di tirocinio il primo giorno di lezione: "Perché avete scelto di iscrivervi al corso di laurea in logopedia?".

La risposta mi era venuta subito, senza quasi pensarci (d'altronde era tutta l’estate che ci riflettevo): voglio aiutare i bambini a parlare bene e a superare le loro difficoltà scolastiche. Sembra così facile a dirsi… 

In questi anni di lavoro e di esperienza pratica sul campo mi è capitato spesso di soffermarmi a riflettere sull'importanza della comunicazione e su come sia possibile che una cosa così semplice, normale e spontanea per alcuni, sia invece un ostacolo quasi insormontabile per altri. 

Quante volte nel corso della giornata ci capita di dire “Ciao, come stai?”, di chiamare qualcuno, di raccontare qualcosa che ci ha colpito, oppure, perché no, di arrabbiarci e far valere la nostra opinione. 

Eppure non per tutti queste parole sono così semplici da tirare fuori. E che cosa succede in questi casi? Come si fa ad andare avanti? Pensate di dover dire a qualcuno che è stata una bella giornata o che al contrario qualcosa vi ha fatto innervosire, senza però poter usare la parola. Per noi che parlare è automatico, spontaneo, senza sforzo a volte è difficile capire come in alcuni casi pronunciare “mamma” sia quasi impossibile. 

Ciò che mi ha spinto a parlare di questo tema è il caso di un bambino, D, che mi ha portato proprio a riflettere sulla comunicazione e sulla sua rilevanza nella quotidianità. D. è un bambino di quasi 5 anni con diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Frequenta il secondo anno della scuola dell’infanzia e da Aprile abbiamo iniziato un percorso sull'impostazione di alcuni suoni. 

D. finora ha comunicato solo attraverso le immagini, senza mai sperimentare la parola e il lavoro che sta facendo con me e le sue maestre della scuola dell’infanzia è per lui completamente nuovo e difficoltoso e raramente lo affronta in modo sereno. 

E’ stato molto difficile entrare in relazione con lui: il suo modo di relazionarsi era solo attraverso le urla e il contatto fisico. Non appena entrava in stanza D. iniziava a mettere in disordine tutto, a mostrare un atteggiamento aggressivo, a piangere e urlare. Sono stati momenti molto difficili anche perché non riuscivo a capire quale fosse il suo disagio e lui, non avendo il modo di comunicarmelo a voce, me lo mostrava attraverso il comportamento. 

Fortunatamente D. ha due insegnanti davvero molto disponibili: hanno voluto partecipare alle sedute, sia per informarsi sul percorso intrapreso con me, sia per continuare il lavoro logopedico anche nelle ore di scuola, in modo da dilazionarlo nel corso della giornata e permettere una continuità dell’esercizio. La disponibilità e l’interesse mostrati dalle insegnanti e dell’educatrice, mi hanno permesso di seguire D. direttamente a scuola, cercando di unire al mio lavoro logopedico, un intervento più generale sulla relazione, sul rispetto delle regole, sul rapporto con l’ambiente; le insegnanti mi riportavano frequentemente il fatto che spesso D. non chiede: se deve andare in bagno scappa fuori dall'aula, se vuole qualche gioco in particolare a volte si arrampica anche sui mobili per raggiungere il suo scopo ecc. 

Questo comportamento però risulta di difficile gestione in un ambiente come quello dell’asilo quindi da qualche mese stiamo cercando di portare avanti un percorso parallelo che sia funzionale in tutti gli aspetti della vita di D. Ultimamente abbiamo visto dei miglioramenti in D.: prima di tutto guarda molto più negli occhi e questo gli permette anche di osservare tutti i movimenti che gli propongo a livello di lingua e labbra per impostare i vari suoni e, inoltre, ha aumentato il suo tempo di concentrazione e sono diminuiti molto anche gli atteggiamenti aggressivi ed oppositivi dell’inizio. 

Da quando seguo D. a scuola insieme all'educatrice mi è capitato più volte di soffermarmi a riflettere sull'aspetto della comunicazione e della parola. Molte volte quando D. mi sorride oppure si arrabbia e si butta per terra mi capita spesso di pensare che cosa effettivamente sta cercando di dirmi., che cosa vorrebbe comunicare o non comunicare in quel particolare momento. E’ facile dare per scontato che se sorride è felice e se si alza, corre o si butta per terra è perché non vuole lavorare e vuole fare altro, ma come possiamo saperlo con esattezza? 

Magari vuole comunicare che ha mal di pancia, o forse sta imitando il protagonista del suo cartone preferito, forse ha sonno, o magari vuole andare a fare ginnastica insieme ai suoi compagni..Insomma sono davvero tante le cose che noi possiamo comunicare con le parole (a volte ne basta anche solo una) e che D. e tutti i bimbi con le sue difficoltà invece non riescono.

Per il momento D. ha solo 5 anni e ha ancora tanta strada da fare e sarà mio compito accompagnarlo e fargli scoprire pian piano il magico mondo delle parole. Magari non arriverà mai a parlare bene e sarà sicuramente un lungo percorso ma faremo del nostro meglio affinchè anche D. un giorno possa dire esattamente quello che vorrebbe dire, senza che siano gli altri a dover interpretare il suo pensiero attraverso il comportamento. 

Stella Rimoldi