DSA: ri-conoscersi nella relazione educativa

È una giornata come tante, siamo alla fine dell'anno scolastico. Guardandomi attorno, scorgo -nei volti e negli sguardi dei ragazzi che sono qui con me- la gioia e al tempo stesso la sofferenza di chi non vede l'ora sia finita questa enorme fatica.

Essere un ragazzo o un bambino con Disturbi Specifici di Apprendimento vuol dire aver sperimentato il fallimento, l'insuccesso, la rabbia di non riuscire come gli altri, ma anche la voglia di riscatto, di essere riconosciuto da compagni, insegnanti e genitori.

Ed eccoci qui, ormai agli sgoccioli e con un gruppo di bambini e ragazzi che da una parte vorrebbero chiudere con i libri -almeno per un po'-, mentre diventano sempre più consapevoli di aver fatto un cammino, di aver scoperto qualcosa di sé che prima non conoscevano neanche.

Roberto (nome di fantasia) 14 anni, sta per affrontare l'ultima sofferenza di questo anno infinito: l'esame di licenza media. I suoi insegnanti si lamentano con lui e con i suoi genitori perché non si esprime, non è capace di parlare in pubblico, davanti a loro fa scena muta.
Eppure qui -in un luogo adibito all'apprendimento- un laboratorio dove sperimentarsi e sperimentare nuove forme di studio efficaci, sembra un'altra persona. Appare allegro, fa battute ai compagni di diverse età con cui divide questa esperienza; trova metodi e strategie sempre più efficaci e adatte a lui e lo fa in un contesto in cui si sente libero di esprimersi per quello che è.

Ogni volta che esce dal centro, ha gli occhi che sorridono e raccontano ai suoi genitori (che quasi sono increduli per ciò che vedono) la gioia di riscoprirsi competente. Competente, non solo nell'apprendimento delle materie scolastiche, ma anche e soprattutto nella relazione con adulti e pari.
Relazione che -nell'arco dell'anno appena trascorso- ha acquistato sempre più importanza tanto che se viene ancora qui è proprio per non perdere questo patrimonio di rapporti umani.

Accanto a lui (nella stessa situazione di paura ed eccitazione per gli esami) c'è Filippo che lo guarda, ride ad una battuta appena lanciata e gli fa vedere con orgoglio la tesina che porterà agli orali.
È stata fatta con uno strumento compensativo, si chiama Supermappe ed è un programma Anastasis che serve per costruire mappe concettuali.

Anche Filippo, come Roberto, è dislessico. Non riesce perciò a leggere in modo autonomo i testi che produce con il programma, perciò Supermappe li legge per lui. E corregge i suoi errori, qualora ne faccia e non se ne sia accorto. Con fierezza fa vedere all'amico come la mappe possono collegarsi fra loro, le immagini e i collegamenti con video e musiche che li arricchiscono. È sicuro che farà una grande figura, anche se magari si bloccherà per l'emozione o non ricorderà tutti i passaggi.
È cosciente che la mappa può usarla anche come supporto e che può dialogare con gli insegnanti spiegandogli come l'ha costruita. Anzi, sono stati proprio loro a chiedergli di realizzarne una  durante l'esame per fargli vedere come funziona. I professori non conoscono in modo approfondito questo strumento compensativo eppure, solo il fatto di volerne conoscere i segreti, rende Filippo pieno di gioia.

E pensare che lui, qualche mese prima, era restio a portare il computer a scuola, a usare le mappe e i libri digitali per lo studio. Quasi che questo strumento -per lui così importante per apprendere efficacemente- fosse vissuto come limitante. Gli altri ragazzi non hanno il computer a scuola, non lo possono usare; non sanno neppure cosa sia un libro digitale né hanno mai visto gli strumenti compensativi. Essere un ragazzo preadolescente di 14 anni, significa avere insita dentro di sé  la voglia di essere come gli altri di riconoscersi dentro al gruppo, con le stesse possibilità, abilità e capacità. È naturale, quindi, rigettare tutto ciò che va contro questo desiderio. Cambia la prospettiva solo se si entra in contatto e si vive esperienze di inclusione e di accettazione delle differenze. Come il laboratorio di apprendimento, svolto in un contesto extrascolastico e protetto,  in cui si entra in contatto con ragazzi della propria età che vivono la stessa esperienza; che scoprono il modo migliore per utilizzare gli strumenti compensativi secondo i propri schemi mentali e le proprie strategie, con il supporto di operatori che li accompagnano passo dopo passo, in piccolo gruppo.

E qui, finalmente, i ragazzi e i bambini si riappropriano dell'identità perduta, ri-conoscendo le risorse e le abilità che hanno anche grazie al confronto con altri pari e con adulti esperti e formati ad accogliere ciò che sono e ciò che portano.
Personalmente mi entusiasmo molto quando vedo nei bambini e nei ragazzi l'impegno, la voglia di mettersi in gioco e di scoprire nuovi modi di apprendere. L'atmosfera di allegria, di serenità che si respira fra i tavoli, nei volti di ciascuno, aiuta a superare anche le difficoltà. Soprattutto sostiene chi sta cercando con fatica il proprio metodo di studio.

Gli stessi ragazzi e bambini sono consapevoli che è un percorso lungo, tortuoso e che si conquista un pezzettino di montagna alla volta. Ma quando si scopre di potercela fare e in modi assolutamente unici, quando -insomma- si è raggiunti la vetta, la si vuole condividere con chi sta facendo la stessa ricerca.

Come dimenticarsi, dopo la fatica degli esami e la soddisfazione di essere riuscito a superarli, dei pari e delle figure adulte con cui si è condiviso tanti momenti difficili ma anche piacevoli? Per cui, prima di partire per le vacanze, oppure di andare in oratorio per la prima esperienza da animatore dei più piccoli, noi operatori vediamo spuntare dalla porta Roberto a salutarci a dirci che è andato tutto bene: è riuscito a superare la paura di esporsi e ha raccontato agli insegnanti il suo lavoro, costruito giorno dopo giorno qui con noi, con un sorriso rilassato ad accompagnare le sue parole. Mentre Filippo, che subito dopo gli esami è in partenza, scrive una mail per raccontarci che anche il suo esame è andato bene, che gli insegnanti sono stati molto soddisfatti della sua tesina e vuole ringraziarci e chiederci di salutare gli altri ragazzi e bambini. Sono questi momenti che rendono significative le relazioni e il percorso che, durante l'anno, abbiamo costruito insieme.

E la gioia più grande è quando arriva un genitore, in questo caso Vanessa -mamma di Laura, 10 anni- e guardandoti con il sorriso sulle labbra ti dice: "voi siete l'anello mancante".  Sì, perché -mi spiega- dopo la diagnosi (momento estremamente delicato per tutta la famiglia), dopo aver concluso il percorso di potenziamento con la logopedista e con gli altri specialisti, le famiglie spesso si sentono smarrite non sanno cosa fare o dove andare. E così il laboratorio di apprendimento diventa, oltre al luogo dei bambini e dei ragazzi, uno spazio per i genitori di confronto e di incontro.

Ma questo racconto ve lo riserbo per il prossimo articolo...

Elena Boldrin