Il caffè dei papà 5: "Parlare al padre che siamo, parlare tra padri"

Sono seduto al parco col mio bel giornale che tanto non riuscirò a leggere nemmeno questa volta seduto su questa panchina tiepida sotto un sole che sembra presagire l'estate.

In prima pagina si racconta di questo poveruomo che ha ucciso la moglie e i due figli perché, sembrerebbe, doveva far piazza pulita per conquistare una collega della quale si era invaghito e che l'aveva rifiutato adducendo la motivazione che siccome lui era sposato e con figli, lei non se la sentiva di intessere nessuna relazione con lui. Il tizio torna a casa e stermina la famiglia.

Il giovane uomo che si è seduto al mio fianco sbircia il mio giornale e come accade negli sketch di due famosi cabarettisti attacca: "Bastardo. Lo impiccherei direttamente nella piazza del suo paese"

Mi giro alla volta dell'uomo e rispondo con un timido sorriso, credo imbarazzato, come mi succede ogni volta che la rabbia delle persone le porta a dire cose delle quali poi, nel tempo, ci si potrebbe davvero vergognare.

Il tizio incalza: "Ma tu l'hai mai visto tuo figlio mentre dorme? L'hai mai visto un bambino dormire?"
"Bè si certo"
"Ma dico, come puoi entrare nella camera di un bambino, di tuo figlio e ucciderlo. Questo qui non è un uomo, è una bestia, un animale"
A questo punto oso: "Bé si..è anche un papà"
"Ma che cazzo stai dicendo?" - ribatte il tizio.
"Sto dicendo che forse è anche tutte le cose che dici tu, ma è anche un padre e forse ora è in uno stato di disperazione che noi neanche possiamo immaginare"
"E chissenefrega" - contrappunta l'uomo - "Io so che deve morire. Ma ti rendi conto? Ma io ogni volta che vedo mio figlio che non sta bene o se penso che possa soffrire mi sento morire io"
"Succede anche a me" rispondo
"E allora non puoi dirmi che questo è un padre"
"Io ho detto che è anche un papà"
Il tizio fa spallucce e ricomincia ad interessarsi del figlio che gioca agli scivoli.
Approfitto della pausa per piantare lì una bandierina

"Ma non credi che forse noi uomini, anzi noi papà dovremmo parlarne un po' tra di noi di quello che proviamo? Voglio dire, delle cose che ci accade di provare quando guardiamo i nostri figli che dormono, o quando siamo ansiosi per qualcosa che capita loro, oppure quando proviamo quella felicità inspiegabile che ci fa sentire dentro una storia fantastica insieme ai nostri figli"
Ora il collega papà mi guarda con un'espressione inedita, sembra un po' più incuriosito che infastidito - come evidentemente lo era prima - dalle mie parole.
Devo dire che a questo punto mi aspetto - preso nei miei pregiudizi - affermazioni sull'inutilità del parlare, sull'uomo d'azione, su quelle robe da femmine che si emozionano tutte parlando dei loro sentimenti.
E invece no. Il tizio mi sbigottisce assumendo una posizione rilassata e che mi comunica che è li pronto ad accogliere quello che voglio dire e mi risponde: "Bé dai allora parlami tu di quello che provi"

Non celo la mia sorpresa e immediatamente anch'io assumo una posizione più rilassata e comincio a raccontare una serie di pensieri e sentimenti che la vicenda della quale parlavamo mi ha esortato.
E allora comincio da dove mi viene, dall'inizio.

Dall'imbarazzo che a volte si prova difronte ad alcuni modi di essere di noi maschi, di fronte a quell'idiota maniera di confondere quei beceri stereotipi su maschi e femmine, su mamme e papà  come una roba scontata e naturale, di fronte a quella insicurezza maldestramente travestita da machismo di quart'ordine.

Racconto di come ormai da tempo lavoro intorno a questo tema e come insieme ad altri ho sperimentato come sia difficile per noi riuscire a parlare delle proprie emozioni, di quello che ci turba, di quello che proviamo di fronte ai diversi eventi della vita, belli o brutti che siano.

In questi giorni sulla rete circolava l'appello di un gruppo di donne che dopo gli ultimi fatti balzati all'onore della cronaca - uno è proprio quello del quale parla il giornale che ormai arrotolato nella mia mano segue le rotte disordinate del mio gesticolare - chiedeva agli uomini di trovare dei modi per interrogarsi, per parlare tra loro, per riflettere sul loro ruolo nella società e nelle relazioni in generale, nonché sulle implicazioni di genere con il fenomeno della violenza.

I padri sono maschi e il brodo nel quale cuociono i ruoli è il medesimo.
La dimensione paterna non è, insomma, separata da quella nella quale ci muoviamo come uomini e aumenta la nostra responsabilità rispetto a come trasmettiamo proprio quei subdoli stereotipi che costruiscono un maschio incapace di esprimere e condividere le proprie emozioni.
Incalzo con entusiasmo sul fatto che certo, alcuni fatti della cronaca ci mettono di fronte ad alcune particolari situazioni anche patologiche ma anche in queste bisogna riconoscere elementi che ci riguardano più direttamente.

Voglio dire che se quando un uomo compie qualcosa di straordinario in senso positivo, ad esempio fa una nuova scoperta, noi siamo orgogliosi come specie umana ed enfatizziamo quella scoperta come una scoperta di tutta la specie - l'Uomo ha sconfitto la malattia - dobbiamo pur assumerci un pochino quelle zone d'ombra che emergono di fronte a ben altri eventi che vedono protagonisti altri uomini.

Ora l'uomo seduto con me sulla panchina si irrigidisce un po' e allora provo a cambiare registro.
"Abbiamo tanto lavoro da fare noi uomini e noi padri e ci muoviamo in un mondo complesso nel quale dobbiamo riconfigurarci".
Il tizio sembra di nuovo rilassato e allora procedo raccontando di come mi sento io - glielo devo - quando penso al tipo di figlio che sono stato e delle cose che avrei voluto sentirmi dire da mio padre e di come ogni tanto ho paura di confondere i miei desideri di bambino nei confronti di mio padre con quelli di mio figlio.

"Magari lui non ha bisogno di sentirsi dire le stesse cose da me, ma poi mi viene da dirgliele perché a me sembrano importanti e perché mi mettono in contatto anche con la mia parte più umana"
Il tizio sembra davvero interessato e mi dice: "Ma cosa avresti voluto sentirti dire da tuo padre?"
A quel punto mi prende una specie di magone, ma una cosa lieve, quasi una severa carezza, che dal centro del torace sale verso la gola e così prendo il mio telefono collegato ad internet, in silenzio, con l'altro che capisce che in quel silenzio sto cercando il modo per raccontarglielo e cerco il video di una bellissima canzone di Massimo Priviero e gliela faccio ascoltare.

L'ascoltiamo in silenzio con i rumori dei bambini che giocano intorno a noi, gli dico che il testo è tratto da una poesia di Kipling e che quelle sono le parole che avrei voluto sentirmi dire nel tempo da mio padre e che forse ancora oggi, con la fortuna di avere ancora il papà, mi piacerebbe sentirmi dire parole così, in quel modo.

L'uomo ascolta e ogni tanto incrocia il mio sguardo in un'intesa primitiva e immediata, come se non vi fosse nient'altro da dire in quel momento.
Finita la canzone mi chiede il titolo.
"Lettera al figlio, la trovi facilmente su Youtube"

Suona il mio cellulare, devo rispondere.
Intanto l'altro guarda l'orologio, è ora di andare, mi guarda e mi fa un cenno di saluto, forse anche di ringraziamento.
Metto in attesa il mio interlocutore telefonico e porgo la mano all'altro ringraziandolo.
"Ci vediamo" mi risponde.

Lo spero tanto, penso, sarà l'occasione di parlargli di altre riflessioni sulla funzione di noi padri, sulla necessità di parlare tra uomini, sulla possibilità di pensare tanto gli uomini, quanto i padri come una nuova e inedita figura sociale, e perché no, potrei parlargli anche del caffè dei papà.
Intanto mi ascolto di nuovo "Lettera al figlio" aspettando la cena di questa sera a casa di mio padre.