Curare attraverso la famiglia

Lo diceva anche Don Vito Corleone, il sanguinario Padrino dell’omonimo romanzo di Mario Puzo: “La famiglia, non si tocca!”.

La famiglia… agenzia sociale; la famiglia… luogo fondamentale della crescita, del benessere, dell’educazione alle regole socialmente condivise e della formazione alla capacità di determinare la propria vita e il mondo, ma anche la famiglia… spazio della repressione, del disagio, della violenza, del predominio del forte (fisicamente, economicamente, psicologicamente…) sul debole.

La famiglia… che quando non adempie al suo mandato di liberare e rendere autonomi i suoi affiliati (e -ahìnoi- accade assai spesso), contribuisce tanto potentemente all'affollamento delle carceri, degli istituti psichiatrici, degli studi dei professionisti dell’aiuto alla persona o, bene che vada, direbbe David Cooper con quel tot di sprezzante ironia, ci fa diventare dei “cittadini normali”, assoggettati e proni al potere dominante.

La famiglia… semprefelice della pubblicità, ma anche la famiglia maledettamente in crisi: minata da separazioni, abusi, omicidi, repressioni che, un tempo negati, tollerati, giustificati, segretati, vengono oggi sempre più in superficie mostrando il lato oscuro di una luna che, scopriamo, ancora da esplorare.

La famiglia… obesa (socialmente, quando non fisicamente) del “non ci facciamo mancare niente”, ma anche la famiglia degli infanticidi, degli uxoricidi, degli stupri, dei genitori assenti, anaffettivi, indifferenti, degli anziani abbandonati… (Massimo Silvano Galli, "In Family Day" - 2007).

La famiglia, questa famiglia, questa cosa così complessa che, comunque la si prenda, restituisce sempre la sua irriducibilità, questa famiglia non si tocca!

Eppure, l'esperienza clinica ci restituisce, inequivocabilmente, come la gran parte delle problematiche non organicamente determinate che segnano la vita di coloro che amiamo (figli in testa), come pure la maggior parte delle problematiche che accentuano le difficoltà di coloro che, invece, vivono un disagio di origine organica, se non sono direttamente causati dalle dinamiche della famiglia, possono trovare, nella famiglia, la loro cura, o almeno un loro deciso e benefico ridimensionamento.

Eppure... eppure, per tanti, troppi professionisti dell'aiuto alla persona, la famiglia (lo scrivevamo anche nel nostro post "La famiglia co-terapeuta") sembra essere quella cosa -appunto- intoccabile, che deve restare fuori dalle stanze in cui terapeuta e soggetto cercano di ripristinare il benessere perduto.

Spesso, però, quel benessere non può essere ripristinato, perché il soggetto non è che il sintomo di un malessere che origina altrove: nelle dinamiche della famiglia, appunto.

E non perché la famiglia, papà e mamma, nonni, zii, marito, moglie, amante, eccetera, debbano essere necessariamente colpevolizzati. Anzi, il primo intervento terapeutico dovrebbe consistere -non a caso- nel mondare la famiglia da qualsivoglia colpa, che non solo non c'è, ma non è in nessun modo solutiva.

Non colpevolizzare la famiglia, dunque, ma responsabilizzarla sì, cosa che spesso non avviene se questa finisce per restare fuori dalla porta del terapeuta, spesso ignara di ciò che accade lì dentro.

Coinvolgere la famiglia significa, invece, renderla partecipe non solo di ciò che succede dal punto di vista delle strategie terapeutiche adottate (quanti genitori -ahinoi- abbiamo incontrato che dopo anni di terapie non sanno riferire a cosa erano sottoposti i loro figli), ma anche di ciò che potrebbe accadere: ovvero di ciò che la famiglia può e deve fare per aumentare l'incidenza e l'efficacia terapeutica, moltiplicando così i punti di vista e le occasioni che possono contribuire al successo dell'intervento.

Al centro LogoPaideia, invece, lavoriamo direttamente con la famiglia, (la tocchiamo, eccome!). L'intervento che proponiamo è talmente centrato sulla famiglia come risorsa terapeutica che, in alcuni casi, interagiamo esclusivamente con i genitori, con apposite tecniche di terapia indiretta che questi utilizzeranno poi nel loro contesto famigliare.

Disagi come quelli legati ai comportamenti disadattivi, alle difficoltà di relazione, ai deficit dell’attenzione, agli atteggiamenti oppositivi-provocatorii, ai mutismi elettivi, all'evitamento, ai conflitti di coppia, coi genitori, con gli insegnanti, tra allievi, all'ansia da prestazione, alle fobie sociali, ai disturbi da isolamento, ai fenomeni di addiction di varia natura... (internet, pornografia, sostanze psicotrope)... In tutti questi casi l'intervento con il bambino o con l'adolescente può non essere necessario, quantomeno in un primo momento, e può invece rivelarsi altamente produttivo un intervento indiretto con la famiglia. Mentre, per qual che concerne il soggetto adulto, assume un'importanza fondamentale il coinvolgimento diretto dei suoi affetti nel processo e nelle strategie di intervento.

Si tratta di un concetto di terapia che parte dall'importanza che l'Altro, e soprattutto quell'Altro che riveste un'importanza affettiva per il soggetto in disagio, può diventare, se adeguatamente accompagnato, estremamente efficace, con margini di successo del 70/80%, in un numero di incontri che, mediamente, varia da un minimo di 3 a un massimo di 8 -almeno per debellare gli aspetti più macroscopici.

Un'efficacia che non è da imputare esclusivamente alle capacità dei nostri terapeuti, ma -appunto- al coinvolgimento della famiglia, la cui attivazione (con precisi home-work e strategie) crea un condizione terapeutica coinvolgente che si estende a tutte le attività che il soggetto svolge fuori dallo studio del terapeuta, ovvero nell'unico luogo dove l'intervento deve davvero dimostrare la sua efficacia.