Il caffè dei papà 3

Tempo fa un carissimo amico mi ha raccontato che quello che pensavo fosse suo figlio, in realtà non lo era. 

Nato all’interno del suo matrimonio, poco prima della sua separazione e divorzio, è stato il frutto di una relazione extraconiugale di quella che all’epoca era sua moglie.

La cosa che mi ha colpito del racconto è stata la decisione di prendersi cura di un bambino che in quel momento si sarebbe inserito all’interno di una relazione assolutamente instabile tra sua madre e il suo padre naturale che, peraltro, non voleva saperne di riconoscerlo. 

A quel punto il mio amico mi racconta che decide di assumersi la responsabilità di costruire una relazione paterna con quel bambino che praticamente cresce con lui visto che nel frattempo matura la decisione di una separazione. Inizialmente tutto procede liscio, senza grandi problemi, anche perché tutti pensano che quel bambino sia suo figlio biologico.

Le questioni cominciano ad emergere quando rivela alla sua famiglia di origine che quel bambino non è suo figlio biologico e questo disorienta completamente i suoi genitori che non concepiscono e approvano una scelta di quel genere. 

La questione diventa talmente importante che per un lungo periodo i suoi genitori non gli rivolgono più nemmeno la parola. 

Ma la decisione è presa e la costruzione di una profonda relazione con quel bambino - che cresce, giorno dopo giorno, con quello che crede essere suo padre - procede diventando sempre più complessa e profonda, costruendo narrazioni complesse che si abbarbicano le une alle altre. 

Arriva il giorno nel quale la madre del bambino e quello che egli conosce come il padre, decidono di rivelare che il padre naturale è un altro uomo e, aldilà della sorpresa, la cosa non scalfisce minimamente una relazione che continua ad essere, ormai a distanza di più di quindici anni, una relazione padre e figlio. 

Tutto questo per dire – così come sostiene Francoise Dolto e con lui Massimo Recalcati - come la relazione padre figlio sottende sempre un legame simbolicamente adottivo, non strettamente biologico, a differenza della maternità e a dispetto di tutte le barricate ideologiche che continuamente si frappongono nel processo di comprensione di una relazione complessa e ricca che oggi interroga trasversalmente la cultura e la società tutta. 

Accettare l’idea della volontarietà che sta alla base della scelta paterna e quindi la dimensione sempre adottiva della paternità, significa oggi aprire a nuove prospettive dalle quali guardare alla famiglia con tutte le sue potenziali capacità di creative trasformazioni alla ricerca di modelli che possano contenere nuove istanze di felicità e benessere. 

Ciò che maggiormente mi preme, in questa vicenda, è soffermarmi sull’aspetto della relazione paterna come possibile dimensione di cura, dentro un’autenticità rinnovata che può certo rappresentare anche una nuova prospettiva dalla quale guardare ad un’altra figura di padre contemporaneo. 

I padri oggi hanno tra le varie possibilità quella di immaginarsi in una relazione di cura coi propri figli, una cura che non si esaurisce semplicemente nell’esserci, nel cambiare pannolini, nel presenziare alle recite scolastiche o ai tornei di calcio e pallavolo.

I padri possono immaginarsi al fianco dei propri figli e figlie con una nuova possibilità, con una prossimità che prevede un’intimità più ampia, una solidarietà ed una condivisione che in passato non erano neppure immaginabili. 

Oggi assistiamo all’affiorare di nuove risorse e sensibilità che emergono direttamente da un maschile che mettendosi in discussione – e in questo senso non voglio dire necessariamente che si ripensi rispetto ad un modello negativo precedente – affronta la relazioni coi figli nella ricerca di un affrancamento da pregiudizi e stereotipi. 

Stereotipi che lo relegherebbero alla funzione paterna quale emanazione necessaria di un mandato autoritario o a quella di simulacro della funzione materna che non affonderebbe nella dimensione identitaria di un autentico maschile. 

L’incontro con i propri figli, proprio perché consapevole di quella funzione volontaria e sempre adottiva, può diventare una straordinaria forza per la costruzione di esperienze esistenziali che possano godere dell’autenticità di una relazione paterna che non è la semplice esplicazione di funzioni e ruoli determinati in qualche paradigma. 

In questo senso la stessa relazione materna può godere di una nuova dimensione che, liberata da tutta una serie di incombenze e ingombri vicarianti, ritrova la possibilità di rigenerazioni di funzioni e linguaggi. 

Il passaggio da padre assente e delegante della funzioni educativa a padre rinnovato e coinvolto in una dimensione di cura autentica nella quale possano trovare espressione le possibilità di una nuova genitorialità - che all’interno della famiglia si delinea con tutte le fatiche e gli ostacoli del caso, ma con sempre maggior frequenza – potrà avvenire solo attraverso un nuovo riconoscimento di questo padre.

E’ attraverso nuovi modi di coinvolgimento dei padri, da parte dei servizi, delle politiche sociali, dei contesti sociali e delle istituzioni e con il sostegno delle trasformazioni in atto che si potrà far fronte al rischio, evocato da più parti, del dissolvimento del padre. 

Il lavoro coi i padri è un lavoro di trattamento culturale, un lavoro che passa dal confronto, dalla condivisione, dalla narrazione come pratica relazionale. 

Tutto questo costituisce una vera e propria dimensione clinica in un senso sempre meno autoritario che viaggia, invece, nella direzione di una cura che guarda alle trasformazioni in atto scommettendo anche sul loro valore evocativo e di indizio. 

Insomma, guardare alle trasformazioni non sempre dentro i paradigmi delle disfunzionalità e delle patologie, ma anche e soprattutto, da una prospettiva che ci suggerisce anche nuovi e possibili percorsi evolutivi. 

Michele Stasi