L'Utopia del Natale

[ PER UNA PEDAGOGIA DELLA NATIVITA' ]

Anche quest'anno è arrivato il natale. Anzi, per chi come noi vive attorniato dai bambini, se ne respirava il profumo fin da metà novembre, e non solo perché la tradizione cristiana prima e la propaganda consumista oggi, ci hanno così abituato.

C'è, infatti, nelle antiche origini del natale, qualcosa di più profondo che trascende la dimensione strettamente culturale in cui si manifesta, per rimandare alla sue radici terrigene. Non a caso, ben prima del natale di Cristo, la festa del 25 dicembre ricorre nella gran parte delle civiltà che hanno abitato questa parte dell'emisfero dove, in questo periodo dell'anno, cade il solstizio d'inverno.

È, infatti, in questo mese che il sole si affaccia sulla terra per il suo periodo più breve e, quindi, da qui in poi, le giornate cominciano ad allungarsi. 

Un evento che non poteva essere trascurato da quell'animale simbolico che è l'uomo che, infatti, in questo periodo colleziona tutta una serie di ritualità dove sole e luce, abbondanza e pace si contrappongono a tenebre, conflitti e miseria. 

Così, nell'antico Egitto si professava in questi giorni il culto della luce e del sole, mentre i popoli germanici durante la notte del 24 dicembre, pensando che i morti tornassero a far visita alle loro famiglie, gli facevano trovare una tavola imbandita. 

I Romani, invece, dal 17 al 23 dicembre, celebravano i Saturnalia, un periodo di pace in cui, abbandonando lotte e tensioni sociali, ci si dedicava a feste e banchetti: celebrando Saturno, dio dell'agricoltura, con scambi di doni e di buoni propositi (le divisioni sociali venivano azzerate e gli schiavi venivano serviti dai padroni -come in certe odierne caritatevoli mense dove, in questi giorni di bontà, ereditieri e diseredati banchettano gomito a gomito).

Nel 274 d.c. l'imperatore Aureliano proclamò il 25 dicembre festa del Sole, o meglio, della Vittoria del Sole (Dies Natalis Solis Invicti): festa in cui ovunque si accendevano fuochi e ci si scambiavano doni per proclamare la vittoria della luce sulle tenebre, l'inizio della vita che le divinità operano sulla natura. 

Ma, affinché il natale diventi più o meno quello che conosciamo, dobbiamo aspettate il 337 d.C., quando Papa Giulio I stabilì d’imperio che la nascita di Gesù dovesse essere fissata appunto il 25 dicembre -anche se più verosimilmente Cristo pare sia nato in primavera, ma l'esigenza della chiesa dell'epoca era quella di contrapporre una celebrazione cristiana ai riti pagani del Dies Natalis Solis Invicti, così da non incorrere in possibili reazioni del popolo per la soppressione di una festività tanto radicata.

Insomma, ovunque lo si guardi il natale denuncia la sua profonda comunione dell'uomo con la natura, una natura che, proprio a partire da questo periodo dell'anno, comincia di nuovo a prorompere e far sentire i suoi sommovimenti nelle viscere di ogni vivente. 

Non a caso  il vocabolo "natale", rimanda al latino natalis, ossia: "nascita". E ciò che nasce, al di la di tutte le credenze, è un nuovo sole che da lì in poi farà germogliare i suoi propizi frutti per la nostra sopravvivenza. Il Krishna indiano, l'Oro-Osiride egiziano, il Tammuz babilonese, il Mitra persiano, sono tutte mitologie che rimandano a questo ricominciare della vita, dopo il giorno più corto dell'anno, quando il segno della Vergine sorge all'orizzonte e infatti, proprio da una vergine, nasce Krishna (da Devaki), nasce Oro-Osiride (da Iside), nasce Tammuz (da Ishtar) e nasce Gesù (da Maria): madri immacolate che miracolosamente concepiscono e danno alla luce il proprio "figlio-sole", indifeso e debole proprio come il sole quando i giorni sono brevi e le notti lunghe. 

Ė il sole che gli egizi chiamavano "sole-bambino", ogni anno salvatore del mondo, concepito, come recita la tradizione Indù, nella verginità di una terra pronta di nuovo ad essere fecondata: "Vergine e madre," si legge negli scritti sulla nascita di Krishna, "nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru, ivi darai al mondo il figlio divino...".

Storie. Leggende all'origine della storie dell'uomo che si tramandano fino a noi modificando nomi e simboli, ma senza mutare il loro profondo significato: la speranza che dalle tenebre dell'inverno torni di nuovo a regnare la vita.

Inutile dire quanto tutto questo oggi sia mutato: nell'epoca in cui l'uomo, con buona pace di Galileo, ha costretto il sole a girare (come fu un tempo) attorno alla terra, stravolgendo i suoi ritmi e le sue evoluzioni. L'epoca in cui la natura non cresce più coi tempi della terra, ma della serra. L'epoca in cui sole e pioggia artificiali, manipolazioni genetiche e concimi chimici fecondano e fruttano in tutte le stagioni. L'epoca in cui, per alcuni, è natale tutti i giorni dell'anno... Cosa rimane, dunque, in quest'epoca, della luce del natale?

Cercando di sedare ogni deriva religiosa e consumista, proviamo a ricavare da questo rito snaturato la porzione pedagogica che ne può discendere: l'utopia che il natale incarna e che si incarna nel natale, un giorno in cui una nuova luce schiarisce le tenebre e anche l'impossibile può accadere o, meglio, in cui l'impossibile può trovare dimora.

Che sia la favola di un Redentore o del laico Babbo natale, che sia la stella cometa, la slitta con le renne o qualsivoglia altra magia, forse quello che conta è tornare a immaginare che un domani diverso (il 26 dicembre? il mese di gennaio? il Duemilae...? fra diecianni?), un domani migliore, un domani di luce sia possibile.

Perché se è vero che i nostri bambini, con la loro terrigena sensibilità, cominciano ad avvertire il natale fin dal mese di novembre, allo stesso modo avvertono la mancanza della sua profonda essenza capace di irradiare un futuro che oggi si carica più di minacce che di promesse. Un futuro che, ad ogni nuovo natale, fatica sempre più a vedere la sua luce, anche perché non si può vedere alcuna luce quando tutto è sempre costantemente luminoso. 

Forse per questo le nuove generazioni sono probabilmente le meno desideranti della storia, le meno immaginanti: cosa si può immaginare, infatti, se esiste già tutto? In che luce si può sperare, se è già tutto illuminato?

La sfida pedagogica del natale, è tornare a scoprire e insegnare questa luce immaginante, una luce che forse, come le stelle sui cieli delle metropoli, non può emergere nell'inquinamento luminoso. 

Bisogna fare allora un po' di buio, prima che il buio da solo ci sommerga. Bisogna insegnare ai bambini a chiudere gli occhi, per cercare e coltivare questo buio, per coltivare la mancanza nel troppo pieno che ci avvolge e lasciarsi ingravidare da un'immaginazione che, almeno per un giorno, torni ad essere feconda.

Arriverà poi per tutti (come ricorda una bella canzone di Fabrizio De Andrè"Leggenda di Natale"), il momento della scoperta, ovvero che per ogni utopia è necessario combattere, che le favole non si concretano "aggratiss", che affinché venga la luce non basta immaginarla...

Buon natale.