Professioni deliranti

Lo diceva già Aristotele: "le malattie sono astrazioni costruite dall'uomo, esse non esistono in sé". 

Certo, da allora sono passati ben più di un paio di millenni, ma non è una buona scusa per essercene dimenticati, né per emarginare l'affermazione del buon Aristotele tra le polverose massime di una disusa saggezza, buone solamente per farsi belli a qualche convegno o, mal che vada, sulla propria pagina di Facebook

Dovremmo, invece, soprattutto noi, professionisti dell'aiuto alla persona, noi che operiamo in quel difficile labirinto in cui s'aggirano impalpabili malesseri, noi dovremmo stamparci questa affermazione a caratteri cubitali, sulla soglia del nostro cerebro come sulla soglia dei nostri studi. 

Noi e i nostri pazienti/clienti dobbiamo. cioè, essere consapevoli che, ogni volta che ci ammaliamo, ossia ogni volta che, a partire da uno stato di malessere ci rivolgiamo all'esperto di turno con la speranza di riconquistare il perduto benessere, ci sottoponiamo a una definizione storicamente, culturalmente e spesso soggettivamente determinata.

Questo è il monito che dobbiamo evocare come un mantra, ogniqualvolta si varchi il territorio della cura: la consapevolezza che disturbi, disabilità, persino patologie sono parametri che valgono nel qui e ora di ogni contemporaneità e qui e ora forniscono, a volte, risposte che risultano validanti. 

Tale consapevolezza vale per qualsivoglia malattia, ma -ovviamente- aumenta esponenzialmente laddove il malessere che accusiamo non è ad oggi strumentalmente rilevabile, come ad esempio i fumosi "morbus sine materia" di cui abbiamo già parlato in questo blog.

In questi casi il cliente/paziente è ancora più pericolosamente affidato alle mani del suo terapeuta e il terapeuta dovrebbe, con ancor più accanimento, incarnare la consapevolezza che ogni sua diagnosi è, di fatto, poco più che un arbitrio. 

Quando, infatti, mi pongo nell'ottica di curare la mia cardiopatia o la mia gastrite, quel che conta è che un buon cardiologo o un buon gastroenterologo si occupino del mio malessere; dopo di che, se per caso dovessi cambiare gastroenterologo o cardiologo, la mia patologia non è destinata a mutare, al limite posso trovare un migliore gastroenterologo o un migliore cardiologo in grado di somministrarmi migliori farmaci o più adeguate terapie, ma io rimarrò sempre un cardiopatico o un gastritico, non diventerò improvvisamente un cirrotico o un asmatico (anche se, mentre lo scrivo, ho dei dubbi anche su questa affermazione). 

Quando, invece, il malessere è appunto inorganico, come quelli che trattiamo quotidianamente, allora il terapeuta fa davvero la differenza. 

Secondo Jacques Lacan (che riprede una riflessione di Paul Valery) dobbiamo parlare, per chi si occupa di questi malesseri impalpabili, di “professioni deliranti”; quelle, cioè, in cui il curante ha un ruolo enorme nella definizione del malessere che attanaglia il curato, definizione che può radicalmente mutare al mutare del curante.

Ma potrebbe forse essere altrimenti, quando la patologia è determinata da una discrepanza tra ciò che qui e ora, in base a modelli culturali e morali, consideriamo adeguato, giusto, sano, secondo misurazioni più o meno arbitrarie, accompagnate da riferimenti statistici atti a separare una maggioranza da una minoranza?

Per fare alcuni esempi, si pensi al DSM, il manuale dell’American Psychiatric Association che definisce i principali problemi psichiatrici e, edizione dopo edizione, vede comparire nuovi malesseri e scomparirne altri che, invece, fino a ieri riempivano gli studi degli specialisti dell'aiuto alla persona.

L'omosessualità, per fare un esempio tra i più eclatanti, che, secondo tale manuale, non è più una malattia da circa quarantanni, mentre prima lo era, eccome, tanto che, ancora oggi, non è raro incontrare uomini e donne (soprattutto uomini) che hanno subito il tentativo di qualche psicoqualcosa di farli diventare "normali".

Allo stesso modo dell'Isteria, la nonna di tutte le malattie psichiche, diventata, dal 1980, "disturbo istrionico di personalità" -anch'esso, tuttavia. prossimo ad essere depennato. Lo stesso dicasi per la ninfomania che nel 1951 è stata declassata a "deviazione sessuale" per poi, nel 1980, essere definita "disturbo sessuale" e, in ultimo, essere cancellata.

Infine, ma non per ultima, la malattia non-malattia del secolo decimonono: il narcisismo, che avrebbe dovuto essere evirata dal nuovo DSM V ma che, con qualche sostanziale modifica, resiste ancora... almeno fino alla  prossima edizione.

Tutto questo è normale, anzi: positivo, laddove però non si smetta di ricordare, pazienti e terapeuti, che ci fu un tempo in cui le streghe le bruciavano e un altro tempo in cui affollavano gli studi della psicanalisi (si pensi all'eclatante fenomeno delle cosiddette "madri frigorifero") ma che, forse, deve ancora venire il tempo in cui, al di là di qualsiasi (spesso sviante) classificazione, ci si prenda cura del malessere delle persone.

E' questo il tempo che coltiviamo negli studi di LogoPaideia.