Morbus Sine Materia

Nei post precedenti abbiamo cercato di riflettere sull'approccio che caratterizza il nostro intervento orientandolo più verso l'universo pedagogico che verso il più usato universo psicologico. 

Ci sembra ora importante proseguire lungo questa riflessione poiché, come bene sanno coloro che operano nell'ambito delle professioni di aiuto alla persona, raramente i clienti (pazienti) che giungono nello studio dello psicologo come del pedagogista, sono a conoscenza della disciplina e, più ancora, dell'orientamento che abbraccia il professionista cui si sono rivolti e, altrettanto raramente, il professionista in questione ritiene necessario approfondire in questa direzione. 

"Sa, sono già stato in analisi" dice il paziente/cliente. 
"Ah, che tipo di analisi?" chiede il terapeuta. 
"In che senso?" sguardo sbigottito. 
"Che scuola, che orientamento aveva il suo analista?" 
"Non so, è importante?". 

Dialoghi come questo sono abbastanza comuni, poiché il cliente/paziente vuole (giustamente) risolvere il suo disagio e poco gli importa delle questioni teoriche che porteranno o meno a qualche risoluzione.

Il "morbus sine materia", il malessere senza riscontro organico che porta il soggetto in disagio dal terapeuta, proprio per l'assenza di un organo cui riferire tale malessere e su cui circoscrivere un qualche tipo di diagnosi e relative contromisure, oltre a rendere confusa la collocazione del malessere, rende confusa anche la collocazione del solutore e, di conseguenza, del percorso adottabile verso la soluzione. 

Insomma, se problemi di vista mi portano dall'ottico e problemi di cuore dal cardiologo, a chi mi dovrò rivolgere se il mio malessere non ha un riferimento organico/anatomico, ma è un male di vivere, una fatica a fare le cose, a stare con le persone, ad affrontare la vita; oppure se la cura cui mi sottopongo per una disfunzione organico/anatomica (poniamo una disabilità di qualsivoglia natura) non riesce a curare anche il disagio e la fatica che proprio questa disfunzione mi crea? 

Spesso è il passaparola a risolvere questo dilemma; il consiglio di un amico, di un parente, di qualcuno che aveva le stesse sofferenze e le ha affrontate con questo o quest'altro terapeuta. 

Tale amorevole consiglio, tuttavia, non sempre risulta anche sensato e non perché il terapeuta sia più o meno capace, o adotti una metodologia più o meno efficace, ma perché è radicalmente differente sottoporsi ad un percorso con uno psicologo, un psicanalista, uno psicoterapeuta, uno psichiatra o, come nel nostro caso, con un pedagogista e, all'interno di questi orientamenti, è ancora differente sottoporsi ad una psicanalisi freudiana, piuttosto che junghiana o lacaniana, ad un intervento sistemico relazionale anziché cognitivo comportamentale o costruttivista, di psicologia analitica o psicoterapia della Gestalt e... chi più ne ha più ne metta. 

Per quanto l'efficacia di ognuno di questi approcci dipenda in grandissima parte dalla professionalità del terapeuta, dalla fiducia che il cliente/paziente ripone nei suoi confronti e dalla motivazione con cui si dà al cambiamento; il dispositivo terapeutico cui ci si sottopone non dovrebbe rappresentare un incognita e il cliente/paziente dovrebbe, invece, sempre essere messo al corrente di quello che accadrà e di come accadrà, pur non necessariamente entrando in disquisizioni teoriche.

Per questo nei prossimi post proveremo a tracciare una pur sommaria differenza tra questi approcci a beneficio dei nostri pazienti/clienti e della consapevolezza con cui desideriamo affrontino il loro percorso di cura.