La nostra cura: "Dai dis-turbi ai bi-sogni"

Nei post precedenti ci siamo soffermati a cercare di descrivere la nostra criticità rispetto a certi orientamenti eccessivamente psicocentrati (vedi: "Morbus sine materia", "Imparare a curarsi" e "Un approccio psico-scentrato") -orientamenti che abbiamo promesso di descrivere (e lo faremo), quale nostro contributo alla migliore consapevolezza con cui vogliamo che, coloro che si rivolgono al nostro studio, facciano le loro scelte, soprattutto quando queste coinvolgono aree così importanti come quella del benessere, loro o dei loro cari. 

Nel compiere questa riflessione critica abbiamo per altro sottolineato, ed è bene ripeterlo, la nostra assoluta amicizia con le varie psicologie, insieme però a una certa preoccupazione, che non riguarda la psicologia in sé come disciplina, ma l'uso indiscriminato che in questa nostra epoca se ne fa; forti dell'antica consapevolezza che qualsivoglia cosa, anche la più benevola, se assunta in dosi massicce, non può che portare a risultati negativi, quando non patologici o nefasti. 

Senza ignorare i contributi della psicologia, abbiamo quindi denunciato la propensione pedagogica che guida il nostro operare e di cui qui vogliamo iniziare a discorrere provando, anzitutto, a distinguerla dalla psicologia; non perché ad essa si contrapponga, ma perché, essendo quest'ultima meglio ri-conosciuta, può essere un valido termine di paragone per iniziare ad orientarci in una selva che, spesso e volentieri, ha visto disperdersi persino validi insegnanti di ogni ordine e grado, certi della sensatezza e dell'indispensabilità dello psicologo scolastico (of course), ma (paradossalmente) ignorando i contributi dell'intervento pedagogico. 

Abbiamo citato non a caso gli insegnanti, poiché nessuno più di loro dovrebbe essere interessato e partecipe e attivo contribuente di questo sapere pedagogico che proprio nell'insegnamento trova uno dei suoi più concreti apogei; invece, proprio nella scuola, sembra difettare, più che altrove, questo sguardo pedagogico, come se fosse non complementare ma dicotomico alla presenza dello psicologo. 

Infatti, mentre la psicologia studia (per dirla breve e chiedendo perdono per il necessario riduzionismo) il comportamento degli individui e i loro processi mentali, le dinamiche interne che muovono l'agire delle persone; la pedagogia, si occupa di progettare quell'agire affinché sia funzionale e costruttivo. Il suo fine ultimo, a differenza della psicologia, non è quello di creare teorie entro cui riconoscere il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo, o, nella su aveste applicativa, riconoscere il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo entro i confini di alcune teorie; ma di costituire, anche a partire da quelle teorie, processi di intervento spendibili nella pratica immediata affinché quel l'individuo (lui e nessu'altro) riduca o elimini ogni comportamento disfunzionale. 

Per questo le parole che usa il pedagogista sono lontane dalle parole dello psicologo; una su tutti: mentre lo psicologo parla di "disturbi" e con essi finisce spesso per determinare in negativo il soggetto, appunto, "dis-turbato", cogliendone anzitutto l'affezione patologica o, comunque, disfunzionale; il pedagogista parla di "bisogni" (non a caso declinabili in "bi-sogni"), centrando la sua attenzione sulle risorse che quel soggetto può mettere in campo per rivolgere in positivo la condizione di difficoltà che sta attraversando. 

Il sintomo che pedagogista e psicologo individuano è il medesimo, ma cambia diametralmente la modalità di osservarlo e di curarlo, ossia di prendersene cura -e, infatti, la psicologia si risolve (più di quanto dovrebbe) in un agire indagativo di tipo diagnostico che cerca di guardare dentro l'individuo, mentre la pedagogia si svolge in un agire educativo che cerca di tirare fuori (ex-ducere) dall'individuo il meglio di sé. 

È questo il motivo che, nel nostro centro, ci sollecita (a differenza di quanto si è soliti fare) a privilegiare l'azione pedagogica, senza omettere ogni necessaria attenzione psicologica, bensì cercando di esaltare, per il benessere dei nostri pazienti/clienti, questa proficua complementarietà.