La cura pedagogica: "Imparare a curarsi"

Nel post precedente ("Un approccio psico-scentrato") abbiamo cercato di fare un po' di chiarezza attorno al termine "Paideia" che caratterizza pedagogicamente la nostra modalità di curare (di prenderci cura) dei disturbi del linguaggio e delle relazioni e si presenta come una sostanziale e efficace novità rispetto agli orientamenti più -appunto- psico-centrati. 

Beninteso, non è nostra intenzione demonizzare la psicologia, ma riflettere sul suo utilizzo esacerbato che, come bene dice il sociologo Frank Furedi ("Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana") negli ultimi decenni ha visto quasi ogni aspetto della nostra vita finire sotto il microscopio degli psico-esperti, una vera e propria iperdiffusione di linguaggi e pratiche psico-qualcosa cui più nessuno sembra esente -e non necessariamente perché frequenti lo studio di qualche psicologo o affini, ma perché il nostro linguaggio si è imbastardito di termini che afferiscono a una cultura della psiche di cui, per altro, spesso si ignorano i fondamenti. 

E allora: ecco bambini che affermano di essere “stressati” o a cui viene diagnosticato uno stato di depressione o trauma da non-so-che; mentre altri vengono marchiati da etichette delle più diverse psicopatie; oppure basta che un bambino sia vivace, turbolento, disattento affinché venga dichiarato "affetto da un disturbo da deficit dell’attenzione", mentre non ci si interroga su una generazione che, nel pieno delle sue vulcaniche e telluriche energie, è costretta seduta per 8 ore scolastiche e poi di nuovo seduta davanti a Tv, Pc, Ds e quant'altro. Tanto da cominciare a pensare che quei bambini che vanno in escandescenza iperattiva siano in verità i più sani: ribelli a un mondo che li vuole zombizzare. 

Secondo Furedi l’affermarsi di questa cultura “terapeutica”, coincide con una radicale ridefinizione delle personalità, una sorta di lavaggio del cervello collettivo in cui si incoraggiano le persone a vedersi come impotenti, insicure, vulnerabili. 

A questa parossistica diffusione dell'uomo come soggetto fragile e vulnerabile, sempre in balia di sintomi che vanno etichettati, diagnosticati e terapeutizzati, prediligiamo una definizione dell'uomo  come soggetto carico di risorse, un soggetto capace di riflettere su di sé, di collaborare attivamente alla definizione dei “disagi” che lo attanagliano e di produrre quella conoscenza necessaria alla sua cura.

Un soggetto che va, dunque, aiutato, a uscire da qualsivoglia (pur rassicurante) altrui definizione che lo interpreti e lo ingabbi, per accompagnarlo invece a compiere quel viaggio nel "conosci te stesso" che ha salvifiche e profonde radici nella storia dell'uomo.

Per questo possiamo definire il nostro approccio un vero e proprio antidoto contro gli eccessi di psicologismo applicato nella scuola, nella relazioni, nel luoghi di lavoro e, comunque, ad ogni forma di vincolante etichettamento.

Un approccio che si contrappone al ricorso agli “esperti”, un approccio che non crea dipendenza, non anestetizza, ma che opera affinché il soggetto in difficoltà si riconosca quale esperto di sé e impari a condividere il proprio sé con la comunità affettiva e educativa che lo circonda, consapevole che nessuno si salva da solo ma che, al contempo, nessuno si salva se imprigionato entro definizioni che divengono pregiudizi e, troppo spesso, generano profezie.