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ACCOMPAGNARE

Adulti e minori al superamento dei disagi e dei comportamenti problema legati a crisi momentanee o patologie conclamate, attraverso tecniche e mirati progetti di sviluppo delle abilità linguistiche, creative, affettive, cognitive e degli apprendimenti scolatici, per la crescita e il miglioramento della qualità della vita e delle relazioni.

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Omnis dolor repellendus

COORDINARE

La rete degli interventi dei soggetti in terapia, compreso il rapporto con la scuola, gli insegnanti e gli eventuali educatori extrascolastici, affinché si evitino inutili sovrapposizioni, azioni inefficaci e si faccia tesoro delle esperienze e del sapere di tutti i partecipanti alla cura del soggetto.

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Olimpedit quo minus

ABILITARE

Ri-abilitare al linguaggio e agli apprendimenti scolastici, in un setting ludico educativo, con soggetti con gravi patologie (sordità, s. di down, autismo, cerebrolesioni, etc.), disturbi dell’apprendimento, o lievi disturbi di pronuncia, formando anche la famiglia al processo di riabilitazione.

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Itaque earum rerum

ACCOGLIERE

Adulti e adolescenti che avvertono l’esigenza di ritagliarsi un tempo e uno spazio di osservazione e di ascolto capace di individuare e stimolare il loro bisogno di trasformazione che spesso, se non adeguatamente coltivato, trova solo il malessere quale veicolo per manifestarsi.

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Epudiandae sint molestiae

SUPPORTARE

Famiglie e piccole comunità nelle fasi di crisi e di transizione, nei momenti di ordinaria quotidianità, come nelle situazioni di disabilità permanente, promuovendo le risorse individuali e collettive capaci di produrre benefici e positivi cambiamenti.

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Sahut aut reiciendis

AIUTARE

Coppie in crisi ad affrontare i momenti di difficoltà coniugale, accompagnando le parti a riattivare una sana comunicazione per approdare ad una risoluzione serena dei conflitti verso una ricucitura del rapporto o una pacifica separazione.

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Studiare scolpendo il marmo con le unghie

"Ricordo il corpo insegnanti della mia scuola pubblica... Avevamo un detto: chi non sa far niente insegna, chi non sa insegnare, insegna ginnastica. Quelli che neanche la ginnastica, credo li destinassero alla nostra scuola...".

E' la voce fuori campo di Woody Allen che, nel bellissimo "Io e Annie", riassume così la sua esperienza formativa, tanto simile a quella di molti.

Il problema della scuola, infatti... anzi, di più: il problema della nostra intera esperienza formativa (soprattutto nei primi anni, ma non solo, anche in molte situazioni di formazione permanente) è che, ieri come oggi, nella gran parte dei casi, incontra docenti che, pur bravissimi cultori della loro materia, non sanno tuttavia insegnare. 

Come bene sappiamo, conoscere a menadito -chessò- la storia della letteratura italiana o il processo della fissione nucleare, non significa saper ugualmente trasmetterli nel modo più adeguato agli allievi. 

Se non so insegnare, ma semplicemente mi arrabatto per sciorinare tutte le mie belle e copiose nozioni, significa che non possiedo un metodo per farlo e, conseguentemente, che non saprò fornire un metodo per imparare. 

Purtroppo, la gran parte degli insegnati, difettano in questo senso e, se non difettano, spesso il metodo che possiedono è rimasto involuto e, se ce l'hanno e non è involuto, più che spesso non hanno il tempo di soffermarsi, prima di ogni altra cosa, prima di qualsiasi spiegazione, a trasmettere ai loro allievi come si fa ad imparare, quali sono, insomma, le condizioni fondamentali affinché un'informazione giunga al cervello dello studente e lì si imprima. 

Iniziare a imparare senza avere un metodo, è come dover scolpire un blocco di marmo senza sapere dell'esistenza di specifici attrezzi per farlo: l'improvvisazione la farà da padrone e può succedere pure che qualcuno cerchi di scalfire la pietra usando le unghie. Magari questi è pure un grande scultore e, alla fine, la sua opera sarà un capolavoro, ma la fatica e l'energia dispersa saranno incommensurabili, tanto da far perdere la voglia di fare un'altra opera. 

impara un metodo di studio efficaceDifficile non paragonare questa immagine alla stanca e trascinata vita di tanti studenti che perdono qualsiasi entusiasmo proprio perché un'inutile fatica soverchia qualsiasi barlume di pur nascosto piacere. 

Da ragazzino ho avuto la fortuna di essere un buon calciatore e di passare una  parte della mia prima giovinezza nel settore giovanile di una società di calcio professionista il cui obiettivo era (ed è), al di là di tante chicchere sul valore dello sport, quello di costruire dei prodotti da rivendere sul mercato. Insomma, non si pettinano bambole. 

All'epoca ero uno studente delle scuole medie inferiori e mi sorprendevo a riflettere sulla differenza tra i miei insegnanti e i miei allenatori. 

I primi mi spiegavano la lezione e poi dicevano, chessò: "Domani interrogazione.". Ovviamente nessuno sapeva chi sarebbe stato interrogato, per quell'illusa convinzione -tutt'oggi vigente- che un terrorismo diffuso porti gli studenti ad esser sempre preparati. Sapevano, dunque, che qualcuno sarebbe stato beccato, sapevano il numero di pagine da studiare e avevamo più o meno sentito il docente spiegare quella pagine nei giorni o nelle settimane precedenti. Doveva bastare. Come mandarle a memoria erano affari nostri. Un voto, alla fine dell'interrogazione, avrebbe sancito la nostra performance o, se era una verifica, una serie di segni rossi accompagnata talvolta da qualche minuta riflessione. 

I miei allenatori, invece, prima dell'allenamento settimanale, annunciavano chi avrebbe giocato la domenica e chi sarebbe stato in panchina. Ognuno conosceva il suo destino e si preparava al meglio per interpretarlo. Durante gli allenamenti poi, con frequenza maniacale, ci osservavamo con attenzione e si soffermavano su quegli esercizi che ritenevano per ognuno di noi fondamentali, ci spiegavano come fare per ottenere in quella situazione il migliore risultato, ci facevano vedere come altri se l'erano cavata e come dovevamo prepararci per affrontarla al meglio, ci mostravano filmati delle nostre partite e ci illustravano passo passo perché quel movimento non aveva ottenuto gli effetti voluti, dispensando specifici esercizi per migliorare le nostre lacune. 

Nonostante una verifica di matematica non sia una partita di calcio contro la ProNessuno, credo che le differenze tra insegnati e allenatori siano evidenti e sia inutile aggiungere alcunché. 

Ora i vostri figli, i vostri studenti, ammesso che stiano usando un metodo di studio e non vadano a casaccio come lo scultore del nostro esempio, quale metodo stanno usando? È quello più adeguato o perdono un sacco di tempo e potrebbero ottenere risultati migliori magari faticando la metà? O addirittura, in assenza di un metodo, proprio non ce la fanno e sono arrivati al punto di odiare la scuola?

La mia esperienza mi dice che la gran parte degli studenti -ahìnoi- scolpisce marmo con le unghie

Per questo ho ideato uno specifico percorso per aiutare ogni studente a imparare a imparare: perché non solo esiste il martello e lo scalpello, ma nel corso dei decenni, nel frattempo, sono stati inventati: raspe diamantate, trapani, frese, flessibili, smerigliatrici elettriche e pneumatiche, laser che sagomano il marmo comandati da un computer e ogni ben di Dio per non lasciare al caso la costruzione di quella grande opera che è la nostra vita.


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 Imparo a imparare


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Il Fabbricante di Oause

Nel bestiario delle diverse difficoltà, non necessariamente organiche, che pregiudicano l’efficacia dei processi di apprendimento, un posto d'onore è spesso occupato dalla capacità o meno di ogni studente di gestire le pause.

Possiamo sostanzialmente suddividere questi soggetti in tre grandi categorie.

La prima è quella del maratoneta, colui che non fa una pausa manco a sparargli e se ne sta attaccato al libro ore e ore, finché non ha concluso ciò che deve studiare. Questa categoria, non particolarmente numerosa, tende ad aumentare i suoi adepti in prossimità di ogni verifica, esame o interrogazione quando, insane e improduttive full-immersion dell’ultimo momento, illudono lo studente di poter recuperare settimane di pigro fancazzismo o semplicemente placare l’ansia del “non mi ricordo più niente”.

Numerose ricerche hanno dimostrato che questi straforzi dell’ultimo minuto non solo sono inutili, ma anche dannosi per la salute, tanto che, per essere più efficaci, si dovrebbe arrivare al fatidico ultimo giorno senza nemmeno aprire il libro -il che implica una adeguata organizzazione da parte dello studente, ma anche docenti formati che sappiano quanto sia didatticamente insensato non lasciare al discente almeno due settimane di tempo per prepararsi, cosa che sarebbe anche semplice se si soprassedesse all'ideologia esclusivamente punitiva delle interrogazioni a sorpresa a favore di quelle programmate.

La seconda categoria è quella, più che ben rappresentata, del cazzaro: colui che fa più ore di pausa che minuti di studio, quello che arriva all'ultimo minuto pensando che poi, semplicemente posando la testa sul libro, le nozioni passino per magica osmosi nel suo cerebro. A vero dire a questa categoria non sempre corrisponde un atteggiamento volontario, come potrebbe tradire il nome; a volte si tratta più semplicemente di studenti che, per vari motivi, presentano un difetto nella capacità di concentrazione, ma il risultato finale (laddove non si operi per migliorare tale lacuna) è comunque lo stesso.

La terza categoria è quella, per mia statistica meno frequentata, che dà il titolo a questo articolo: il fabbricante di pause, ovvero colui che scientemente studia e programma le pause da fare.

Quest'ultima è la categoria che maggiorante ci interessa, perché qui sta una delle più efficaci strategie per studiare bene: fare pause e farle sensate.

Infatti, se la categoria del cazzaro che, per diversi motivi, naviga nel multiverso della pause, virando da una distrazione all'altra, è evidentemente disfunzionale ad una buona pratica di apprendimento, non diversamente lo è, come abbiamo accennato, la categoria apparentemente più adeguata del maratoneta.

Insomma, qualsivoglia estremismo è a rischio di disfunzione, quando non tracima addirittura nel patologico, e non difettano questi esempi.

In verità le pause sono fondamentali per costruire un buon metodo di studio (come per altro qualsiasi attività). Il problema è che, spesso, sono affidate al caso, cosicché -nella migliore delle situazioni- finiamo per fare pausa quando siamo stanchi, il che significa aver già compromesso la nostra efficacia.

I più virtuosi tra gli studenti con cui ho avuto la possibilità di lavorare, mi dicono: “Ma io mentre studio non mi stanco”. È vero, lo studente abituato, spesso non sente come il maratoneta la stanchezza. Peccato però che poi, a fine percorso, se non ha usato ben le sue energie, bisogna raccoglierlo con il cucchiaino.

Un esempio eclatante è stata la maratona femminile delle Olimpiadi di Londra 2012, vinte dall'etiope Tiki Gelana sulla keniota Florence Kiplagat che, in testa fino agli ultimi 5 km, forzava eccessivamente il ritmo, tanto che un crollo fisico la farà giungere al 20° posto.

Nella maratona, come nella vita, non vince solo colui che ha una condizione migliore, ma chi la sa gestire al meglio, calibrando le proprie energie. 
E per lo studio come funziona?

Per quel che concerne lo studio dobbiamo anzitutto sapere che il cervello umano, fosse anche quello del classico secchione che prende sempre il massimo dei voti, ha un tempo di concertazione che si aggira attorno ai 40/45 minuti; dopo quel tempo la sua attenzione inizia inevitabilmente a declinare e, come il maratoneta, se forza oltre quel muro, rischia solo di produrre inutile stanchezza -ogni buon docente dovrebbe saperlo e tarare le sue lezioni su questa ritmica.

La mia esperienza tuttavia mi dice che non sono molti gli studenti che riescono a tenere 45 minuti di concentrazione (di concentrazione vera!! Non a caso nel mio percorso dedicato a rendere efficace il metodo di studio -scoprilo qui- dedico una parte sostanziale proprio alle strategie per migliorare i tempi di concertazione). Stare 45 minuti incollati al libro, immersi nei suoi contenuti, non è, insomma, roba sa tutti. E' allora, anzitutto, importante sapere qual'è il nostro Punto di Disattenzione, dove -appunto- la nostra concentrazione cede. 

Farlo è semplicissimo ma, chissà perché, come molte delle cose semplici e fruttuose, pochi lo fanno. 

Prendete allora un cronometro (molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), avviatelo mentre chinate la testa sul libro e cercate di restare il più a lungo possibile immersi nello studio; quindi, quando risolleverete la testa, come emergendo dalle profondità marine, arrestate il cronometro. Sono passati cinque minuti? Dieci? Trenta? Questo è il vostro Punto di Disattenzione. 

Attenzione. E' bene sapere che non basterà una sola rilevazione. Affinché il punto di disattenzione sia il più preciso possibile, monitoratevi per una settimana e segnate tutte le misurazioni: la media dei risultati si avvicinerà maggiormente alla vostre reale capacità.

Conoscere questo dato è fondamentale e vi permetterò, da qui in poi, di non andare più a caso. 

Prima di iniziare a studiare potrete, infatti, settare un qualsiasi timer (anche in questo caso molti smartphone ne hanno uno già preinstallato), esattamente sul vostro Punto di Disattenzione, sapendo che, quando suonerà, sarà il momento giusto per fare una pausa.  

A questo punto molti studenti mi chiedono, ma se è bene non superare i 45 minuti, qual'è il tetto minimo sotto il quale non dovremmo andare?
Gli studi ci dicono che studiare diventa più efficace se riusciamo a stare concertati per almeno 25 minuti. Ciò detto, qualsiasi siano i nostri tempi, ora abbiamo un grande vantaggio: conosciamo il nostro limite e, partire da quello, possiamo allenarci per migliorarlo.

Come? Semplice. Per ogni sessione di studio, aggiungi al timer 1 minuto oltre il tuo limite. Monitorati, però e non ti forzare troppo. Meglio fermarsi qualche giorno per consolidare un risultato che strafare. Vedrai che, se bene ti alleni, in poco tempo raggiungerai risultati sorprendenti. 

Una volta che hai conquistato un buon tempo di concentrazione non inferiore ai 25 minuti e non superiore ai 45, puoi quindi concederti una pausa per ogni step realizzato.  

Anche qui è bene non lasciare questo tempo al caso. Si è infatti osservato che, se il cervello ha bisogno di fare pausa, la concentrazione deve essere rinfrescata, non mandata in vacanza. Il tempo corretto di ogni pausa, affinché abbia la funzione di volano che risani e fortifichi la concentrazione, deve variare tra i 5 e i 15 minuti.

In questo lasso, non state seduti: fate due passi, bevete, guardate fuori dalla finestra cercando l'orizzonte, sgranchitevi (in un prossimo articolo ne illustrerò l'importanza) ma, soprattutto, non affaticate il vostro cervello con videogiochi, televisione o quant'altro, inutile dire quanto sarebbe controproducente.






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Noia e ansia non aiutano lo studio

Avete presente quando vostro figlio/a sta giocando a qualche videogioco, guardando il suo programma, cartoon o serial TV preferito o qualsivoglia altra attività lo ecciti e coinvolga, e voi lo chiamate ma questi pare non ascoltarvi, anzi, diciamocelo pure: non vi ascolta proprio, è in un altrove, completamente immerso e perso, preso con ogni suo neurone dall'attività che sta svolgendo.

In queste occasioni voi pensate, rivolgendo lo sguardo a qualche divinità: “Ma perché non riesce a stare concentrato cosi anche quando studia?”. Già perché?

Partiamo anzitutto dal fatto che avete ragione: quello che osservate è un momento di grazia, vostro figlio/a (che magari quando studia non si capisce se c’è o ci fa) sembra essersi trasformato in un super campione di "Rischiatutto", tanto è attento, sul pezzo, reattivo, cognitivamente settato per cogliere ogni minuto particolare (per inciso, la cosa -apparentemente- più strana è che tale stato di grazia riguarda proprio tutti, ma tutti tutti, anche quei bambini e ragazzi che normalmente a scuola hanno grandi difficoltà e per farli stare fermi davanti ai libri ci vorrebbe qualche esperto di bondage).

Di fronte a tale evento miracoloso, credo però che dovremmo porci una domanda diversa. Non: “Perché mio figlio/a non riesce a stare cosi concentrato quando studia?”, ma: “Perché la scuola non è così coinvolgente?” e poi: “Come possiamo fare affinché lo diventi e la pratica dello studio si avvicini almeno un poco a tale divina concentrazione?”.

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Sono queste le domande che, chi come noi si occupa di migliorare le pratiche e le strategie di apprendimento, si pone ogni giorno -purtroppo spesso le stesse domande non se le pongono insegnanti e istituzione scolastica, ma questa è un'altra storia... sic.

Dallo studio di questi fenomeni, attraverso il monitoraggio della condizione fisiologica generale e l'utilizzo di tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, emerge, ad esempio, che quando siamo immersi in un’attività coinvolgente, tanto da non accorgerci del tempo che passa, due condizioni si presentano: una basso livello di ansia e un basso livello di noia.

Ansia e noia sono, dunque, delle specie di virus che danneggiano la nostra capacità di coinvolgimento e, quindi, di concentrazione -non a caso nelle situazioni di disagio scolastico interveniamo anzitutto sulla regolazione dei livelli di ansia o di noia, attraverso appropriate tecniche e strategie.

Tuttavia, se osserviamo i nostri ragazzi mentre sono impegnati in queste attività, altre cose ci saltano all'occhio.

Immaginiamoli catapultati in un videogioco...

La prima cosa che possiamo notare è che il coinvolgimento è direttamente proporzionale all'estraniarsi da problemi e pensieri. Impegnati nell'uccidere un mostro o guidare la propria squadra virtuale alla vittoria, i nostri ragazzi sembrano dimentichi di tutto (e spesso è per questo che vi si attaccano come arselle, non solo perché è divertente, ma perché quella situazione li seda, non li fa pensare ad altro –ad esempio alla loro penosa situazione scolastica).

Affinché questa sedazione, questa specie di ipnosi (che sarebbe tanto produttiva se applicata allo studio) abbia luogo, è necessario che il soggetto, come nei videogiochi, abbia ben chiaro l’obiettivo da raggiungere. E’ importante però che, tale obiettivo, non sia troppo difficile da scoraggiarlo, facendolo eccessivamente sostare nella condizione della sconfitta (a volte tanto dolorosa da decidere di smettere di giocare); ma nemmeno così semplice da far perdere la bellissima tensione della sfida che, poi, al suo traguardo, restituisce preziose iniezioni di autostima (non c’è studente, per quanto se ne freghi della scuola, che non gongoli quando prende un bel voto che si è conquistato).

Così, conseguentemente, più superiamo sfide, più avanziamo e, livello dopo livello (nel nostro videogioco, come in ogni cosa della vita), aumentiamo le nostre sicurezze, in un bellissimo cortocircuito in cui, più ci sentiamo sicuri, più accresce, parallelamente, la nostra capacità di affrontare traguardi sempre più difficili, con la voglia di fare e dare il massimo.

Ecco dunque la ricetta che ognuno può raggiungere e tanto più i nostri ragazzi con il loro cervello così plastico e in evoluzione: avere ben chiaro l’obiettivo, fare in modo che tale obiettivo non sia né troppo difficile, né troppo facile, essere sicuri di sé, estraniarsi dai problemi e dalle preoccupazioni.

Oggi tutto questo è possibile e senza ricorrere a pratiche di stregoneria.

Infatti, le attuali conoscenze che abbiamo sul funzionamento del cervello, ci consentono di mettere a punto, caso per caso, una serie di mirate strategie che intervengono a livello cognitivo, posturale, percettivo, relazionale e alimentare aumentando infinitamente le nostre possibilità di performance.




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Bambini che non trovano arcobaleni

La mamma di Mirko e Fabiola (6 e 7 anni) mi racconta che lo scorso weekend il loro telefono cordless superdigitale è passato improvvisamente a miglior vita. Così, per non restare isolati durante il fine settimana, il papà si è ricordato di avere un vecchio telefono in soffitta, di quelli ancora con la ghiera di plastica per comporre il numero. Detto fatto, il telefono viene istallato tra la curiosità dei bambini di fronte a quel reperto paleolitico e la voglia di provarlo e raccontare ai nonni l'accaduto. Il primo che ci prova è Mirko, il più grandicello... niente da fare: "Papà, non funziona questo coso," dice. Allora è il turno di Fabiola, ma... niente: altro insuccesso. Dopo diversi tentativi, i genitori divertiti decidono di intervenire spiegando ai bambini che per comporre il numero non bisogna schiacciare, ma infilare il dito nel buco e ruotare la ghiera.

Nati digitali privi di problem solving?

La questione è più seria di quanto l'episodio non riveli. Mirko e Fabiola sono due bambini super intelligenti, due di quei bambini le cui gesta potreste sentire narrare la mattina in qualsivoglia bar limitrofo a una scuola in cui mamme e papà si radunano per il caffè dopo aver accompagnato i loro pargoli.
"Oh, dovevi vedere il mio Paolo ieri!" (commozione).
"Che ha fatto, tesoro?" (curioso stupore).
"Da non credere. Sono in cucina, sento dei rumori in sala, vado a vedere e non aveva mica acceso il computer, entrato in internet e stava guardando il suo cartone preferito su youtube?!".
"Un genio!!" conclude in visibilio l'amica, "Chissà quando diventerà grande.".

A parte consigliare alla mamma in questione di essere un po' meno eccitata e un po’ più preoccupata se il figlioletto accede così facilmente alla rete (secondo Telefono Azzurro un bambino su tre si collega a internet da solo); è necessario aggiungere con forza che Paolo, Mirko, Fabiola e tutti i cosiddetti "nativi digitali" e “mostriciattoli” simili (ad esempio i "bambini indaco", loro dirimpettai esoterici), non sono affatto dei geni o, meglio: lo sono (e lo potranno essere) esattamente come i loro coetanei di trenta, cinquanta o cent’anni fa -anche se, forse, a differenza dei loro antichi pari, corrono un rischio: l’etichetta dell’aspettativa.

un metodo di studio efficace
Era appena iniziato il nuovo millennio (2001) quando Mark Prensky coniò, in due fortunate pubblicazioni, il termine di “Digital Native” (nativi digitali) e “Digital Immigrants” (migranti digitali), ovvero coloro che sono nati in un tempo in cui Internet & Co. iniziavano a dilagare (più o meno il 1985) e coloro che, nati precedentemente, arrivano dal mondo analogico e verso il digitale devono migrare.

Il concetto, insomma, è che l’avvento di internet e dei suoi afferenti avrebbe creato due gruppi sociali distinguibili su base anagrafica i quali dovrebbero differenziarsi non solo per capacità e modalità d'uso di queste tecnologie, ma anche per il loro sistema neuronale e cognitivo plasmato (al rialzo) dall'uso delle tecnologie stesse.

Ecco quindi compiuto l’assioma: i nativi digitali sono cognitivamente migliori dei loro passati coetanei e, quindi, dei loro padri. Dei geni, insomma, che già a 3 anni sanno accedere a YouTube (e poco dopo a YouPorn). Fa niente se poi, davanti a un telefono con ghiera, finiscono per fare la figura di un decerebrato, se paiono mancare di capacità pragmatiche e di problem solving perché assuefatti a schiacciare un bottone affinché si compia il miracolo di qualsivoglia soluzione.

I figli del digitale non sono dunque dei geni (smettiamo di pensarlo, sarà un bene soprattutto per loro). Essi rispondono compiutamente agli stimoli di una società ricca di opportunità (anche alimentari, per dirne una) che nutre e mette in moto particolari aree del cervello ma che corre il rischio di privarne altre se, appunto, non facciamo lo sforzo di aiutare questa generazione ad uscire dall'isolamento delle tecnologie quale unico (o quasi) contenitore esperienziale.

Quando, infatti, si cresce aspettandosi che tutto funzioni schiacciando un tasto (“in tempo reale”), si rischia di perdere di vista la processualitá delle cose, quella che il digitale nasconde in un’algoritmo accessibile solo a pochi adepti, una stringa non smontabile come potrebbe essere una sveglia a ingranaggi o una macchinina a molla. Forse per questo lo strumento tecnologico è spesso oggetto più di consultazione che di produzione, determinandone quindi un uso passivo e acritico che ha poi una forte incidenza anche nella vita reale. 

Le abitudini digitali hanno cambiano e stanno cambiando la nostra relazione con la realtà facendo insorgere nei nostri ragazzi una sempre più diffusa incapacità ad attendere, cui si giustappone un comunicare sempre più frammentato, fatto per lo più di parole d’ordine e scorciatoie, elementi che giungono a influenzare, tra gli altri, la produzione e la lettura di testi, ma anche le relazioni sociali, sempre più consumate nel segno dell’immediatezza.

Forse per questo nelle esclusive scuole della Silicon Valley, quelle frequentate dai figli dei grandi manager di Google, Apple, Microsoft etc., non si tocca un computer, un tablet o uno smartphone prima delle ultime classi scolastiche, mente si abusa di lavagne, gessi colorati, oggetti e materiali per apprendere a esercitare la fisicità e la fantasia.

In un sevizio del New York Times di qualche anno fa, uno dei manager che dalla valle del silicio plasmano il nostro radioso futuro ipertecnologico, dichiarava che l’idea che un tablet potesse aiutare il proprio figlio ad apprendere era semplicemente ridicola, mentre era più facile che minasse le sue capacità di concentrazione -capacità spesso fragilissima in questi "nati digitali", salvo ovviamene quando sono impegnati a combattere in qualche videogame.

Senza contare che, se si va un po’ più a fondo degli slogan utili al merchandising, si scopre che questi "nati digitali" computer e affini non li padroneggiano affatto. Secondo un'indagine dell’Ecdl (l’ente che sovrintende i programmi delle certificazioni informatiche europee) la gran parte dei nativi digitali non possiede competenze informatiche avanzate. Anzi, peggio, forse proprio perché forti del loro esser “nati digitali”, i giovani tendono a sopravvalutare le loro capacità -uno studio del 2015 rivela, ad esempio, che mentre l’84% degli intervistati dichiara di possedere ottime o buone conoscenze del web poi, sottoposi a un test pratico, soltanto il 49% consegue risultati apprezzabili, ma comunque scarsi.

Le nuove tecnologie, ormai non più così nuove, rappresentano una straordinaria evoluzione delle possibilità umane (come scrivevo nel post: “Perché studiamo come fossimo nell'Ottocento?”), pari all'invenzione della ruota, della scrittura, della stampa, del motore a scoppio, etc. Dobbiamo imparare, soprattutto noi adulti, a non demonizzarle (come scrivevo nel post: "Smartphone for the Devil"), ma neanche a sottovalutarne gli effetti deteriori.

E nostro compito, invece, predisporre opportune attenzioni educative capaci di valorizzare gli aspetti evolutivi e costruttivi delle tecnologie digitali, senza perdere di vista le alterazioni che ogni innovazione genera proporzionalmente al suo impatto; valutando -cioè- quanto e come modifica la natura dei nostri interessi (ossia le cose a cui pensiamo), quanto e come riduce o amplifica la struttura e la qualità dei nostri simboli (ossia le cose con cui pensiamo) e quanto e come ridefinisce le relazioni con gli altri e col mondo.

Il lavoro quotidiano con tante famiglie sembrerebbe raccontare che questo compito è disatteso, che le famiglie non sanno come intervenire per valorizzare un uso positivo delle tecnologie e limitarne gli aspetti detrattivi. Una condizione di scarso controllo e dipendenza avvolge, infatti, la vita di tanti bambini e ragazzi compromessi da una caduta verificale di abilità cognitive che il digitale non può sostituire e che, se oggi hanno un loro primo impatto sulla scuola, domani rischiano di incidere sulle opportunità di determinare il loro destino.

Dice Charlie Chaplin che non puoi trovare un arcobaleno se guardi in basso. Questo penso quando vedo tutti quei bambini e quei ragazzi (e, ahimè, tanti adulti) con gli occhi incollati ai vari dispositivi elettronici. Siamo diventati umani conquistando la postura eretta e, da quell'altura, abbiamo potuto vedere l'orizzonte, immaginare che, oltre quel punto laggiù, ci fosse qualcosa, qualcuno che valesse la pena raggiungere, magari solo la bellezza gratuita di un arcobaleno.

Ognuno tragga le sue conclusioni.


-------- ALCUNE ATTENZIONI PRATICHE --------

Descriviamo di seguito alcune situazioni che spesso si presentano nel lavoro con le famiglie e che rappresentano un campanello d'allarme, suonato il quale, è forse importante pensare di intervenire con opportune strategie rieducative.

Una delle prime questioni da tenere sott'occhio è il tempo che bambini e ragazzi trascorrono in rete o videogiocando. In linea di massima, quando nostro figlio supera le due ore attaccato a pc, tablet o smartphone è senz'altro il caso di ridurre l'esposizione, sopra le tre ore è consigliabile intervenire. Se poi notate che, addirittura, tende a rimandare altre attività come frequentare gli amici, fare sport, dormire, mangiare o altro, allora è doveroso iniziare a preoccuparsi.

Altra situazione da prendere in esame riguarda
l'aspetto emotivo. Se osserviamo che nostro figlio attende con eccessiva ansia il momento in cui prendere possesso della rete o del viodeogioco, tanto che un possibile ritardo o l'impossibilità di farlo gli provoca irritazione, nervosismo o ingiustificati scatti di rabbia; oppure se gli è insopportabile qualsiasi interruzione, allora è consigliabile pensare di intervenire. 


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Questi compiti s'hanno da fare?

Giusto un anno or sono aprivamo le danze al periodo estivo con un articolo dal titolo: “Come portare il cervello in vacanza” in cui sottolineavamo la necessità di scombussolare le naturali routine cui il cervello aspira, con un periodo di sano “disordine mentale”, anche fatto di ozi, sollazzi e apparente (solo apparente) inattività cerebrale.

La vacanza, infatti, è l’occasione migliore per dare sfogo alla Task-negative Network (Tnn) lasciando vagare la nostra mente oltre le frontiere della sua antagonista: la Task-positive Network (Tpn) che, invece, entra in gioco quando siamo stimolati e concentrati su un compito.

Liberiamoci dunque, e liberiamo i nostri studenti, lasciando che il nostro cervello vaghi da situazioni di incertezza senza stimoli (noia, fancazzismo e affini), a situazioni di incertezza iperstimolata (luoghi mai visti, esperienze mai fatte, emozioni mai provate), ma… (attenzione!) non smettiamo, al contempo, di condire tutto questo con quelle situazioni routinarie in cui il nostro cerebro si sente appagato.

Il gioco è quello di invertire le percentuali, non di azzerarle.

Se durante le normali giornate dell’anno la nostra vita è per lo più protesa all'organizzazione e esecuzione del “compito”, ora, durante l’estate, releghiamo il compito alle sue minime percentuali, ma non eliminiamolo.

Si apre qui l’annoso dibattito sulla sensatezza dei compiti estivi che, date le premesse, potete intuire dove personalmente mi spinge. La questione, infatti, è eminentemente neurologica non ideologica. Il rischio, è che il necessario svacco prenda il sopravvento su tutto il resto e, come spesso accade, lo studente in vacanza diventi più vacuo che vario, passando il suo tempo a stordirsi con overdose di videogiochi e smartphone (vedi articolo) e perdendo il reale beneficio dello spazio vacanziero.

La questione, dunque, non è non avere compiti, semmai che tipo di compiti assegnare; poiché abbiamo ormai a disposizione diverse ricerche che ci informano sull'efficacia di alcune richieste e l’inesattezza di altre.

Partiamo da alcuni dati.

Siamo il paese in Europa che assegna più compiti, ma da un’indagine tra gli studenti, circa 9 studenti su 10 non li finiscono, 3 su 5 ne eseguono più o meno la metà o non li hanno fanno proprio e, tra chi li svolge, la metà circa ammette di copiarli (da internet o dai compagni di classe). Questi numeri già ci dovrebbero fare intuire che qualcosa non funziona.

Una delle questioni che maggiormente mi trovo a dipanare con studenti e famiglie è lo smarrimento (spesso -ahimè- di entrambi) di fronte alla mole di lavoro che rappresentano i compiti per l’estate. Senza comprendere che il più importante insegnamento che ci danno non è eseguirli, ma imparare a suddividerli.

In effetti, uno studio del Dipartimento di Psicologia e Neuroscienze della Duke University (USA) ha evidenziato come compiti brevi e semplici siano più proficui -non a caso la Finlandia, nazione che in questi ultimi decenni ha acquisito un’indiscussa leadership nell'applicazione di tecniche avanzate per la didattica, impone per i compiti un tempo limite di mezz'ora al giorno.

Dunque, per programmare adeguatamente questo tempo limite (che ovviamente aumenta con l’avanzare dell’età -senza però superare l’ora, l’ora e mezza, massimo) è necessario organizzarsi: affinché la quantità sia tale da permettere questa suddivisione e affinché gli studenti siano capaci di operare questa suddivisione.

Ridursi all'ultima settimana per eseguire i compiti tutti in una volta, passare ore e ore su un compito o eseguirli in grandi blocchi monotematici (tipo 10 giorni di fila tutti dedicati alla matematica o alla grammatica) è assolutamente inutile. Meglio non farli.

Il più grande insegnamento dei compiti estivi è dunque quello organizzativo: un vero e proprio esercizio altamente cognitivo che ci abilita a non traballare di fronte alla difficoltà di un compito complesso e articolato, imparando ad affrontarlo ed estinguerlo -cosa che ci tornerà utile in tutte le stagioni della vita.

Nel caso di specie dovremmo, calendario alla mano, insegnare ai nostri ragazzi, ad avere anzitutto una visione d’insieme, il più possibile dettagliata, delle loro vacanze: i giorni che trascorrerò a casa e quelli che invece mi vedranno fuori città, i giorni speciali in cui sarò impegnato in qualcosa di particolarmente interessante e quelli di ordinaria quotidianità, i giorni in cui non avrò davvero alcun impegno e i giorni in cui frequenterò magari un centro estivo o simili.

Abbiamo, dunque, momenti diversi cui vanno attribuite disponibilità diverse.

Fatta questa divisione, si è dimostrato particolarmente efficace, lasciare i primi 7/10 giorni senza alcun compito. Liberare la mente da tutte le fatiche e le ultime tossine per poi, dall'undicesimo giorno, iniziare a seguire il planning che avremo sapientemente diviso al fine di lavorare non più di un’oretta, preferibilmente al mattino, preferibilmente sempre alla stessa ora.

Inseriamo quindi nel planning anche quei giorni in cui, per diverse ragioni, non è possibile o non vogliamo fare nulla; tra questi potrebbe essere, ad esempio, auspicabile il periodo in cui saremo al mare, in montagna o in viaggio.

Prevediamo, inoltre, un incremento dell’attività lavorativa nell'ultima settimana cosi da essere più rodati al nuovo inizio.

Infine, dividiamo i compiti da fare tra quelli a nostro avviso più difficili e quelli che supponiamo più semplici quindi, materia per materia, distribuiamoli nel nostro calendario attribuendo, per ogni giorno, almeno un esercizio per materia, iniziando con un compito classificato come difficile e finendo con uno facile; lasciamo per i giorni più impegnati solo compiti facili e… il gioco è fatto.

Questo per stare ai diktat della scuola e farli fruttare al meglio. Se poi volete far sì che l’estate sia davvero un momento propizio per il cerebro dei vostri ragazzi, altri sono allora i compiti che dovrebbero fare. Eccone una piccola lista, ma sono sicuro che, leggendola, altre cose vi verranno in mente…

Usate per loro parole nuove per descrivere cose vecchie e giocate a rincorre e imparare ogni vocabolo che, descrivendo il mondo in modo diverso, rende il mondo sempre diverso.

Viaggiate, se potete e più che potete. Fategli vedere più mondo possibile, ma evitate di portare il vostro mondo nel mondo in cui andate. Insegnategli che viaggiare non è spostarsi, ma guardarsi attorno con occhi diversi.

Lasciatevi sorprendere se volete che vi sorprendano. Siate curiosi e si incuriosiranno. Guardate, voi per primi, con gli occhi dilatati dallo stupore.

Fateli leggere perché, per quanti viaggi faranno o gli farete fare, leggere è l’unico modo che avranno per avere più vite e superare gli ostacoli della vita -che comunque verranno.

E insegnategli a guardare le stelle, non necessariamente a riconoscerle… solo guardarle. Fatelo senza parlare. Non c’è momento migliore dell’anno per vedere, dal cielo, filtrare l’infinito.



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Ti etichetto (ma io non sono un pacchetto)!


Ogni genitore desidera che i propri figli crescano nel migliore dei modi e si impegna nella loro educazione, fornendo quelle solide basi sulle quali crescere e sviluppare una dose sufficiente di autostima e capacità di realizzazione.

Ecco, la realizzazione dei figli, il desiderio fortissimo che “facciano bene” e la paura viscerale che “facciano male”, sono quelle spinte intrinseche che, se da una parte ci spronano a fare del nostro meglio, dall’altra ci portano spesso a fare del nostro peggio… e quel che è peggio, è che lo facciamo nella convinzione di fare del nostro meglio!

La scelta delle parole che pronunciamo e la qualità della comunicazione con i figli, ad esempio, possono influire notevolmente sulla fiducia e sulla sicurezza (o insicurezza) che svilupperanno. Utilizziamo le parole senza renderci pienamente conto dell’effetto che possono sortire (spesso ben più profondo del previsto) e capita che, in seguito ad atti di non gravissima entità - come ad esempio rovesciare inavvertitamente un bicchiere contenente due gocce di succo di frutta - si senta un padre sbottare: “Cretino!”, o madri che rimproverano con un “Sei proprio uno sciocco!” il bambino che ha perso la macchinina al parco giochi, per non parlare di quelle frasi che si sentono tuonare per strada o al supermercato quando i genitori, in preda al panico per il comportamento dei figli, non trovano nulla di meglio da dire: “Se non ti comporti bene, viene la polizia e ti mettono in prigione!”. Chi? Cosa? Perché? Mi portano via?!? PA-NI-CO.

In queste frasi, oltre alla scelta delle parole, quello che si nota è come, a fronte di un comportamento ritenuto non idoneo, venga espresso un giudizio sulla persona. C’è una bella differenza tra dire (e sentirsi dire) “La cosa che hai fatto è un po’ sciocca” o “Sei proprio uno sciocco!”: la prima si focalizza sull’azione compiuta, la seconda esprime un giudizio di valore, la prima è contestualizzata ad un episodio, la seconda generalizza e non offre possibilità di replica… si tratta, cioè, di un’etichetta, con la quale marchiamo la persona che ci sta di fronte e più la pronunceremo nel tempo, anche per episodi futili, più questa etichetta sarà difficile da togliere.

Le etichette al positivo sono meno pericolose? Beh, diciamo che forse sentirsi dare del “genio” possa essere più piacevole che sentirsi dare dello “stupido”, ma anche in questo caso dobbiamo pesare bene alle parole ed al loro utilizzo. Anche un’etichetta al positivo potrebbe infatti creare qualche difficoltà: pensiamo al bambino che fino dalla prima elementare viene etichettato come “genio in matematica”, materia nella quale sicuramente eccelle…peccato che la sua vera passione sia Arte. Verrà probabilmente incoraggiato a fare Ragioneria o il Liceo Scientifico, dovrà rispondere negli anni alle aspettative dei genitori (d’altra parte eccellere in matematica sembra renderli così orgogliosi e felici…) e magari cercare lavoro in ambito economico-amministrativo, rinunciando alla sua vera passione. Potrà eccellere nella vita e nel lavoro, ma a caro prezzo, visto che dovrà rispondere ad un ruolo che – anno dopo anno, etichetta dopo etichetta – gli è stato cucito addosso, impedendogli di scoprire e di seguire le sue naturali inclinazioni.

Un bambino “etichettato” come bravissimo dovrà sempre mantenere e addirittura superare le aspettative che gli altri ripongono su di lui/lei, mentre un bambino “etichettato” come quello che non si impegna, faticherà a trovare la giusta motivazione per fare meglio, soprattutto se – come avviane in molti casi -  quando finalmente porterà a casa un bel voto, i genitori daranno per scontato che abbia copiato o gli ricorderanno: “Visto che se vuoi puoi fare bene? La prossima volta DEVI fare ancora meglio, mi raccomando!”, come se quel piccolo miglioramento, frutto di tanto impegno, non fosse mai abbastanza.

La critica, se ben fatta, può anche essere costruttiva, ma deve avere alcune caratteristiche che la rendono tale. In particolare deve:
-       essere contestualizzata e limitata al singolo fatto/episodio;
-       evitare le generalizzazioni (tutti, sempre, mail, ecc.) ed i paragoni;
-       essere fatta con calma e non come sfogo personale;
-       non contenere un giudizio sulla persona;
-       evitare di essere fatta pubblicamente (gogna pubblica);
-       non sminuire/mortificare/deridere;
-       dare la possibilità di spiegare la propria versione dei fatti;
-       avere fiducia nella possibilità di migliorare;
-       dare spunti ed indicazioni sul come fare.

In questo modo potremo fornire dei suggerimenti per il miglioramento, sostenendo chi ci sta attorno in un percorso di crescita e maturazione che non significa averla sempre vinta o pensare che sia tutto facile, ma sviluppare una giusta dose di fiducia in se stessi, di tolleranza all’errore (proprio e altrui) e di speranza nella possibilità di crescere valorizzando la propria strada.

Attenzione quindi alle parole che usiamo: evitiamo, in particolare, che diventino etichette che appiccichiamo con facilità alle persone (in primis ai bambini). Un conto, infatti, è rendersi conto di avere fatto una cosa un po’ sciocca, un altro è pensare di essere uno sciocco! In particolare se questa modalità verrà utilizzata ripetutamente, ecco che una semplice parola con il tempo si trasformerà in un’etichetta, che magari abbiamo attaccato con un po’ troppa superficialità, ma che chi porta farà fatica a staccarsi… la colla in certi casi è davvero potente!

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COMPITI PER LE VACANZE.............PER MAMMA E PAPA'!



Ed ecco che le tanto aspettate e sperate vacanze sono finalmente arrivate. I vostri bimbi, grandi e piccini, avranno come al solito i loro compiti delle vacanze da eseguire..Ebbene questa volta ho pensato "e perché non dare qualche compito anche ai genitori?". Insomma è giusto che anche voi genitori vi teniate in allenamento durante l'estate senza dimenticare tutti i consigli dati in quest'anno.
Di seguito quindi elenco qualche piccolo compitino he potrebbe essere utile tenere a mente, ricordare e (perchè no?) eseguire.

✓ Non lasciate che il vostro bimbo passi l’intera giornata davanti alla televisione. Giocate con lui attraverso giochi simbolici e interattivi, costruiti e ideati insieme, stimolando e arricchendo la sua fantasia;

✓ Con l'arrivo delle belle giornate giocate all'aperto e fate scoprire al vostro bimbo le bellezze del mondo all'aperto, lontano da videogames e giochi elettronici;

✓ Fate scoprire il linguaggio al bambino, accompagnando ogni azioni, gioco, momento della giornata con la parola;

✓ Ritagliatevi un po’ di tempo nell’arco della giornata per cantare canzoncine, recitare filastrocche e leggere/raccontare storie al vostro bambino;

✓ Parlate normalmente al bambino, in modo rilassato e lento, commentate quello che state facendo, stimolatelo a raccontare e dialogare;

✓ Ascoltate il bambino quando parla, anche se mostra difficoltà, senza far trapelare fretta o insofferenza, e lasciate che concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo;

✓Cercate di non interrompere o anticipare l’eloquio di vostro figlio, completando le parole o le frasi;

✓ Riformulate la produzione «scorretta» del bambino senza sottolineare il suo errore: il bambino impara implicitamente dal vostro modello; quindi è importarne dargli un modello corretto dal punto di vista
linguistico, senza storpiare le parole o pronunciarle nel modo in cui le pronuncia lui;

✓ Espandete il suo enunciato, senza pretendere la ripetizione forzata;

✓ Non «ricattate» per avere la produzione corretta, non obbligate il bambino a ripetere;

✓ Non sottolineate o ingigantite il «problema» del bambino ma cercate sempre di fargli scoprire e valorizzare le altre qualità in modo da aumentare la sua autostima;

✓ Non fingete di non capire per far si che il bambino si «sforzi» a ripetere e pronunciare la parola o la frase corretta. Questo atteggiamento non fa altro che aumentare la frustrazione del piccolo e di conseguenza la paura del parlare e i comportamenti di evitamento e fuga dalla relazione.

✓ Ma soprattutto...Divertitevi, rilassatevi e riposate!!







BUONE VACANZEEEEE!!

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Il tuo 4 mi fa un baffo!

[ IO NON SONO IL VOTO CHE MI DAI ]

Fine dell'anno scolastico e, inevitabilmente, scatta la corsa all'ultimo voto: gli studenti superiori per alzare la media e scampare alle turbolenze di un'estate di ripetizioni e, i più piccoli, per finire in bellezza, magari perché mamma e papà hanno promesso la bici nuova "se sei promosso bene.".

Ma la questione del voto, se ha un'impennata in questi scorci di fine scuola, certo non fa sentire la sua mancanza durante il restante corso dell'anno. Basta soffermarsi qualche minuto fuori dai cancelli di una qualsiasi scuola elementare per sentire il brusio di mamme, papà, nonni che si confrontano sulle ultime prestazioni dei loro pargoli.

A questi genitori voglio dire con forza, come faccio nelle mie formazioni, di interrompere questo autentico processo mortificante e fortemente improduttivo, anche per la stessa performance scolastica.

Se l'arretratezza pedagogica del Ministero dell'Istruzione ha compiuto la follia di reintrodurre il voto numerico (fu il Ministro Mariastella Gelmini -la stessa che sosteneva che ci fosse un tunnel che da Ginevra attraversava l'Italia per giungere al Gran Sasso in cui scorrazzavano i neutrini), non significa che torme di genitori si debbano rincretinire aggiungendo danno al danno.

Come genitori dovremmo, invece, sminuire l'importanza del voto, soprattutto nella scuola dell'obbligo (ma non solo) per concentrarci, invece, su ciò che la scuola sembra aver dimenticato: trasmettere la bellezza della curiosità e non la competitività della performance; insegnare il senso costruttivo del processo e non la volubilità (spesso paradossalmente soggettiva) del risultato.

Il voto non dice chi sei, il voto, come scriveva qualcuno, non è il volto. Ma i bambini non lo sanno e, in fondo, è così facile, naturale persino, pensare che se impieghi 20 secondi per compiere 100 metri, tu sei una persona che può essere rappresentata nell'immagine di quel 20 che qualifica e confina; ed è ancora più facile pensarlo se c'è qualcuno che quei 100 metri li corre, invece, in 10 secondi... e magari questo è il tuo compagno di banco. Fa niente se lui è già alto 1 metro e 60 e fa atletica da quando aveva 5 anni, fa niente se tu (almeno per ora) sei un po' più grassottello. Quel numero impietoso cancella tutte le storie, le individualità, i percorsi, le peculiarità, le differenze...

Molto prima dell'ex Ministro Gelmini, è William Farish (scienziato inglese) che nel 1792 introduce alla Cambridge University l’idea del voto numerico da attribuire al sapere degli studenti. Prosegue, così, sul finire del XVI secolo, quel processo (iniziato addirittura con Platone) che trova nell'apparente oggettività del numero quel senso di riposante sicurezza, di condivisibile esattezza che è alla base dell'idea di scienza e che, per sua natura, si contrappone all'arbitrarietà del giudizio soggettivo.

Un processo che, insieme agli evidenti vantaggi, porta con sé anche una lenta necrosi: l’idea che lo scibile possa essere tradotto in una sequenza numerica.

Non è nostra intenzione esercitarci in una demonizzazione del numero, ma cercare di riflettere su come questa fede cieca e assoluta (per altro sostenuta dai numerosi miracoli, delle tecnologie e delle scienze, che ogni giorno prolificano sotto i nostri occhi) abbia generato una vera e propria "teologia del numero" che, se non confinata in un preciso spazio d'uso, diventata dannosa e autodistruttiva, perché non promuove, di pari passo, un’idea più vasta di sapere: quella visione della realtà che passa proprio dal rifiuto dell'oggettività, per dar luogo a tutte quelle forme di conoscenza che stanno al di là del metodo scientifico e che sembriamo aver accantonato, perdendo progressivamente la nostra intima capacità di conoscere e conoscerci, ad esempio attraverso il vocabolario delle emozioni -non a caso il ricorso a vari esegeti delle emozioni (psicologi e affini) non è mai stato così vasto come in questo scorcio di fragile contemporaneità.

In questo senso, il giudizio sulla performance di un bambino o di un ragazzo espresso attraverso il numero, non è che una tra le tante esemplificazioni educanti al concetto numerico della realtà in cui si esprime la discesa progressiva verso la barbarie di una cultura tendente a trasformare in numeri l’intero universo dell’esperienza spirituale umana. Amore, sentimenti, odio, paura, intelligenza, verità, menzogna, capacità, ogni cosa oggi sembrerebbe poter essere misurata, fino a trasformare l’Uomo in una sequenza di numeri che possono essere inseriti in un computer, in un protocollo, in un giudizio.

Si pensi, in questo senso, all'orrida tassonomia di tutte le diagnosi, specie quelle legate al mondo della psiche, che soprattutto a scuola miete le sue vittime.

Una vera e propria matematica dell'essere che una scuola seria dovrebbe, al di là delle leggi cui è costretta, combattere con forme di contro educazione -ad esempio introducendo quel fondamentale processo di crescita che è l'autovalutazione, accompagnamento attivo all'analisi e alla conoscenza di sé, che vale più di qualsivoglia sapere algebrico, geografico o letterario e, anzi, ne è propedeutico.

Ma, laddove la scuola non arriva, possono invece arrivare le famiglie (paradossale viso che la scuola nasceva per garantire ad ogni bambino di arrivare laddove non arrivavano le famiglie -ma ne parleremo meglio nel prossimo articolo), interrompendo immediatamente la lotta e lo sprono al voto che qualifica, per iniziare invece la lotta e lo sprono al sapere che amplifica -è impressionante e mortificante, in questo senso, vedere quanti genitori lottano perché il figlio prenda uno o più 10 in pagella, ma non muovono un sopracciglio se questi non ha mai letto un libro al di là di quelli imposti dalla scuola.

Interrompete ogni coincidenza tra voto e persona. Squalificate il voto, perché ogni volta che un qualcuno commette questo peccato morale, rischia di distruggere il piacere di scoprire e di imparare. Promuovete, invece, (per dare un suggerimento tra i tanti) l'autovalutazione. A prescindere dalla scuola e dal voto che imprime, insegnate ai vostri bambini a comprendersi, a capire le ragioni dei propri successi e dei propri inciampi. Raccontategli che un voto non insegna davvero nulla.

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Giocare all'Amore fa bene all'Amore


 "Amore in mediato"- store FeltrinelliIntervista a Massimo Silvano Galli in occasione dell'uscita del suo nuovo libro acquistalo nello Store Feltrinelli  o in formato E-book su Amazon.


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"Ci innamoriamo di un punto lungo la lontana linea dell'orizzonte, qualcosa che luccica ed è come-me ma non-è-me e, per questo, mi attrae: perché mi somiglia, ma mai fino al punto da essere coincidente. Poi la lontananza si affievolisce, il punto luminoso si increspa di ombre: ci si avvicina, ci si conosce, si diventa intimi, a volte tanto intimi da non essere più capaci di giocare a quel meraviglioso gioco che un tempo era il ri-conoscersi, il conoscersi ogni giorno nuovamente. Si diventa scontati e si sconta il prezzo, altissimo, di non aver imparato a giocare al gioco dell'amore...".

Un viaggio nei territori dell'amore, attraverso le sue crisi e i suoi rimedi. Un volo panoramico tra esercizi e riflessioni per non separarsi prematuramente imparando a giocare al Gioco dell'Amore...

E' il nuovo libro di Massimo Silvano Galli, terapeuta e love trainer che ha dedicato buona parte dell'ultimo decennio agli studi e ai rimedi sulle "cose dell'Amore", ideando numerose tecniche, strategie, strumenti, dispositivi operando con coppie e famiglie in situazione di crisi, per una casistica che ormai supera le migliaia. 

Intervistatore: "Da dove nasce questo nuovo libro?"

M.S.Galli: "Con 'Amore in Mediato' ho voluto dare continuità alle riflessioni e alle esperienze in parte raccolte in un libro di qualche anno fa: "L'Amore alla Fine dell'Amore" (Firera & Liuzzo Publisching, 2012), dove affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, ogni soggetto coinvolto nel percorso di separazione possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.".

Int.: "Ma in questo nuovo lavoro non si parla di come affrontare la separazione, ma di come evitarla, o sbaglio?".

M.S.G.: "E' proprio così. L'esperienza clinica mi vede il più delle volte affrontare situazioni di  coppie confuse, in cui il pensiero delle separazione, per quanto presente, è uno tra i tanti, ma la cui volontà di fondo è, anzitutto, cercare di capire se il loro amore scheggiato, a volte davvero mal ridotto, si può riparare. Questo libro riassume queste esperienze e fornisce alcune importanti indicazioni non solo per riparare la crisi, ma anche per non giungervi.".

Int.: "Ma si può riparare un amore scheggiato o, come dice lei: mal ridotto?".

M.S.G.: "Credo sia proprio questo il punto nodale: L'esperienza mi dice che non solo si può, ma -anzitutto- si deve. E non perché sia contrario a divorzi o separazioni. Da qualche parte nel libro scrivo che, per quel che mi riguarda, ci si può separare al ritmo di un divorzio a settimana. Il problema non è, dunque, la valutazione morale delle separazioni, ma la loro sempre più frequente inopportunità. Le coppie che giungono nel mio studio vivono, magari da anni, una crisi che non ha a che fare con l'amore, ma con la loro perduta capacità di amare. Durante il lavoro in studio si osserva, dunque, spesso un errore di valutazione in cui le coppie credono finito un amore che, invece, va solo riparato.".

Int.: "Cosa significa: che non si smette di amare, ma si smette si essere capaci di amarsi?".

M.S.G.:  "Non per tutti, ovvio. L'amore è materia deperibile e anch'esso finisce, se non conservato con cura. Ma, spesso, sì: questa incapacità di conservarlo e di prendersene cura, è all'origine della sua crisi, soprattutto in questa nostra strana epoca dove l'amore è da più parti minacciato.".

Intervistatore; "Cosa intende con minacciato?".

M.S.G.:  "In questi anni di intervento sul campo ho potuto appurare una veloce e inesorabile trasformazione delle relazioni di coppia e delle crisi in cui incappano, un cambiamento culturale che ha mutato la classica affermazione: "Non ti amo più", che anticipava lo scioglimento delle relazione, nella nuova e confusa posizione del: "Non so più come amare". Confusione che sottende una condizione di crisi che sta a monte della crisi di coppia specifica, che riguarda convinzioni e modelli culturali cui la coppia partecipa minando la sua stabilità e che, se presi in anticipo, se osservati e curati preventivamente, spesso si può evitare che la crisi divenga definitiva.".

Int.: "Il suo libro ci può dunque insegnare come non smettere di amarsi?". .

M.S.G.: "Direi di sì; sicuramente ci può aiutare ad evitare tutti quegli errori che aumentano esponenzialmente la possibilità di fare emergere la crisi in questo contesto epocale che, a mio avviso, può davvero dirsi “dell'amore alla fine dell'amore”, denunciando cioè come l'amore, almeno per come lo conosciamo e pratichiamo, è arrivato al suo capolinea e necessita quindi di una riconfigurazione che ci aiuti meglio a comprendere cosa è diventato e come poterne adeguatamente fruire, senza rischiare che imploda o esploda.".

Int.: "E in tutto questo il gioco sembra essere una variabile determinante, come ci indica nel sottotitolo: giocare all'amore fa bene all'amore?". 

M.S.G.:  "Assolutamente sì. Per quanto ne sappiamo, siamo gli unici animali che hanno inventato un cosi sofisticato gioco per giungere a ciò che la natura vuole: la sopravvivenza delle specie -tanto che il gioco prevede, addirittura, di essere giocato senza accoppiarsi o senza prolificare. Questo gioco magnifico, attraversato da infinite variabili, ci invita, oggi più che mai, ad evadere dalla spontanea naturalezza con cui finora l'abbiamo vissuto, per accedere a quell'artificialità tipica del gioco in cui è fondamentale conoscerne le regole, le opzioni e gli imprevisti. Questo libro è il risultato di questi anni di lavoro in cui, alle riflessioni maturate, si affiancano indicazioni di merito e veri e propri "home work" per imparare a giocare al gioco dell'amore.".


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Il nuovo libro di Massimo Silvano Galli è disponibile in tutte le Librerie Feltrinelli, oppure lo puoi acquistare su internet: nello Store Feltrinelli (clicca quio, per chi desiderasse il libro in formato E-book, lo trova su Amazon (clicca qui).


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Aiutare i Genitori a Crescere (Bene) i Figli

NON SOLO GENITORI. QUALSIASI PROFESSIONE ABBIA A CHE FARE CON LE PERSONE SI DEVE RELAZIONARE LA FAMIGLIA. PER QUESTO, CONOSCERNE LE DINAMICHE E LE PROBLEMATICHE CHE LA ATTRAVERSANO IN QUESTA NOSTRA CONTEMPORANEITA', RAPPRESENTA UN VALORE AGGIUNTO PER OPERARE AL MEGLIO IN OGNI SITUAZIONE.



Il Family Trainer è una figura professionale, altamente specializzata, con competenze che coprono le diverse fenomenologie (non necessariamente problematiche) che sempre si manifestano in seno alle famiglie e che comprendono: la cura, lo sviluppo e l'educazione dei figli, il progetto genitoriale, ma anche le (non scindibili) dinamiche di coppia e le esigenze o le difficoltà dei singoli in ognuna di queste complesse interazioni.

Si tratta di un intreccio di legami, emozioni, esigenze, sfide, attenzioni che, se fino a qualche anno fa, sembravano scorrere lungo canali preordinati e dagli argini ben definiti, oggi paiono aver rotto ogni rassicurante barriera protettiva e tracimano in ogni dove, con gran confusione di ruoli, direzioni, senso, obiettivi.

Oltre vent'anni di esperienza e di intervento sul campo ci hanno mostrato come, proprio la famiglia, più di ogni altro soggetto sociale, sia oggi al centro di una tempesta ben più squassante di quella che, negli anni Sessanta, psicologi e sociologi si erano lanciati a pronosticare.

In questo corso dal taglio pratico e sintetico, abbiamo selezionato le più ricorrenti problematiche osservate in ambito clinico negli ultimi 20 anni insieme agli strumenti, alle strategie, alle tecniche di intervento più adeguate ed efficaci per operare sia come genitori che come terapeuti in diversi contesti e situazioni.

Le motivazioni di tale situazione sono assai articolate e non riducibili a questa breve riflessione. Per semplificare potremmo dire che, se fino a qualche decennio or sono, fare il genitore era, per i più, un gesto naturale e conseguente alla figliazione, oggi quel gesto ha perso ogni naturalità gettando su ogni azione che ieri sembrava dovuta e normale, il peso del dubbio: "È giusto quello che sto facendo?", "Sto davvero aiutando mio figlio o rischio di danneggiarlo?", "Come posso fare per..."... Queste e altre domande attraversano quotidianamente la mente della gran parte dei genitori di nuova foggia e, in assenza di risposte, generano spesso la più negativa delle conseguenze: la paralisi.

Quando poi alle condizioni di “normalità” si sostituiscono situazioni di emergenza o patologie conclamate, la paralisi rischia di divenire (ovviatamene) anche più drammatica.

Abbiamo già accennato, in diversi articoli, la condizione di fragilità che sembra avvolgere gli uomini e le donne della nostra contemporaneità: una società paralizzata dalla paura del trauma cui corrisponde un'etica terapeutica che promuove non tanto l'autorealizzazione e l'autonomia degli individui, quanto la loro autolimitazione, generando, di fatto, una trasversale e mai come oggi esasperata vulnerabilità, che mai si era vista prima su cosi larga scala.

Beninteso, non che i "genitori di ieri" non si ponessero domande o non avessero timori, ma erano sorretti da una vasta serie di ben definite risposte; risposte non sempre corrette, per carità, ma certo in grado di fronteggiare la realtà, di evitare la paralisi, compreso quell'evitare che induce al (comunque inevitabile) errore, all'insuccesso, alla caduta. Inoltre, e non è poco, erano attorniati da istituzioni cui ruoli ben definiti consentivano, ad esempio, la delega di alcuni aspetti della crescita e dell'educazione -si pensi, in questo senso, all'abusato ma calzante esempio della scuola che, invece, oggi, ha totalmente abdicato ogni responsabilità educativa e quasi totalmente quella formativa, riducendosi ad una sorta di certificatore di strumenti e competenze che vengono abilitati altrove.

Insomma, la quantità delle responsabilità che il genitore si trova a dover gestire, a cui è demandato e delle quali si sente obbligato a farsi carico, si contrappone alla progressiva svalutazione delle sue “naturali” pratiche educative, minacciate da modelli di "adeguatezza certificata", da pericoli, da quantità di incombenze e attenzioni che, ramificandosi esponenzialmente, sembrerebbero richiedere un genitore perfetto, dotato di un modus educandi senza difetti con cui il genitore vero e in carne e ossa è continuamente costretto a confrontarsi, restandone spesso svilito e maturando quel senso di impotenza che ha enormi responsabilità nel generare quella paralisi educativa che rappresenta oggi la più ingente minaccia al benessere delle nuove generazioni.

 Corso: Family TrainingSi aggiunga a questo la radicale mutazione delle possibili minacce cui ogni genitore è per vocazione chiamato a contrapporsi, minacce che, rispetto a ieri, si sono fatte estremamente più subdole e mascherate di una normalità che induce alla sottovalutazione. Per fare un solo esempio tra i tanti, si pensi al passaggio dalle tossicodipendenze di ieri, alle cosiddette dipendenze tossiche di oggi; passaggio che allarga a dismisura il range della pericolosità aprendosi -appunto- a una più generica dipendenza non solo riferita alle droghe, ma a tutte quelle condizioni che, secondo alcuni, ci hanno immerso in una vera e propria economia del godimento dove fa da padrone la ricerca del piacere a ogni costo e la conseguente abolizione di ogni sacrificio, condizione ogni -ahìnoi- visibile in ogni età della crescita umana.

Il Family Trainer, accompagna le famiglie che sono toccate da una delle infinite problematiche che attraversano la contemporaneità o che, semplicemente, vogliono cercare preventivamente di evitarle, valorizzando le loro esperienze e le loro appartenenze, ma anche promuovendo uno sguardo autocritico sul loro sapere e le loro pratiche educative affinché le loro relazioni si aprano a nuove possibilità e orizzonti di benessere.

L'intervento del Family Trainer non è intrapsichico, ma eminentemente pragmatico e solutivo della problematica che rende disfunzionale una determinata relazione o un determinato comportamento. Insomma, non ci si chiede "Perché accade?", ma: "Cosa accade è come facciamo a far si che non accade più?".

Agendo strategicamente sulla situazione problematica, attraverso adeguate tecniche e strategie, il Family Trainer accompagna le famiglie alla risoluzione del disagio che le affligge, aiutandole altresì a ritrovare adeguate modalità per prevenire o, nel caso, gestire in autonomia possibili future difficoltà.

In questo corso, attraverso un vero e proprio indice ragionato affronteremo i molteplici fenomeni che attanagliano la famiglia contemporanea e, spesso, minacciano il processo di crescita dei suoi "cuccioli" siano essi bambini, adolescenti, giovani adulti.


IN PARTICOLARE ESPLOREREMO

LE TIPOLOGIE DI FAMIGLIA
Le diverse tipologie di famiglia che gli studi, le ricerche e l'esperienza clinica sul campo ci han permesso di categorizzare, individuando pregi, difetti e strategie correttive.

I CONTESTI DI INTERVENTO
I differenti contesti sociali in cui agiscono i figli e i loro genitori, con le particolari problematiche che tendono ad innescare e le attenzioni che necessitano.

LE MINACCE EDUCATIVE
Le complesse fenomenologie che minacciano le famiglie e la loro efficacia educativa, individuando tecniche,
modelli e strategie di intervento.


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ALCUNE DELLE QUESTIONI CHE TRATTA
IL FAMILY TRAINER
Desiderio, concepimento e attesa di un figlio - Gestione del neonato nei primi giorni e mesi di vita - Gestione dei primi anni dell’infanzia - La prima alimentazione - Quando il bimbo non dorme o dorme male - Gestione dei capricci - Impartire le prime regole - Il distacco da mamma e papà - La nascita del linguaggio e le eventuali prime difficoltà Allenare all'autostima - Superare le paure, il dolore, la rabbia  Difficoltà di ingresso e percorso nella scuola primaria  Quando il bambino non dorme nel suo letto Gestione dei primi compiti scolastici  Se papà e mamma si separano  Educazione alle autonomie  Problematiche legate delle relazioni con il gruppo dei pari Morte di un famigliare e gestione del lutto  Quando il bambino non vuole andare a scuola Quando il bambino dice bugie e parolacce Passaggio dall'infanzia alla pre-adolescenza Difficoltà nella relazione con il proprio corpo Gestire il desiderio e i desideri Difficoltà con il gruppo dei pari o con l’altro genere Disturbi dell’alimentazione Gestione dello sviluppo identitario  Problematiche e situazioni preventive legate all'adolescenza  Quando il piacere diventa un problema Gestione del conflitto e della comunicazione con i genitori Gestione e prevenzione dei comportamenti a rischio Tossicodipendenze e dipendenze tossiche  Internet, videogiochi e altre dipendenze Il manifestarsi della sessualità Orientamento scolastico al termine della scuola media Problematiche e situazioni preventive legate all'ingresso nell'adultità Gestione e prevenzione dell’orientamento universitario o lavorativo - Situazioni in cui il figlio non fa nulla e non ha voglia di fare nulla L’uscita di casa La sindrome del nido vuoto.
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